Era una partita anomala, in palio il primato del girone, un lusso d’altri tempi; più nascosta c’era la richiesta di un lasciapassare. Volevamo comprendere se i nostri avessero i polmoni per arrampicare nell’aria rarefatta degli ottomila.

La risposta è giunta impietosa, con quella perfidia che il calcio d’Europa cela nei suoi giudizi trancianti.

Fosse stata una sfida tennistica, avremmo perso 7-5 6-4; due break, magari andando spesso ai vantaggi, gettando in rete facili volee o sbagliando smash incredibili.

Il calcio fuori dalle Alpi è destino di attimi, non di rado inspiegabili; solo quando ti siedi sulla panca – sudato e sfatto, il rumore dei tacchetti sul pavimento, dominando il silenzio che accompagna le sconfitte – realizzi la diversità dell’avversario e comprendi che quell’aria impalpabile non ti ha concesso quel respiro in più per andare a prendere quella vetta.

Negli anni il Real è sempre stato cartina di tornasole impietosa del nostro essere; non potevamo essere boriosi dopo la lezione di Roma, squadra sconfitta di goleada in Norvegia, non dobbiamo abbatterci oggi.

Il giudizio complessivo sulla squadra non è totalmente negativo, ma la misura della prestazione è racchiusa in due tiri per parte: Brozovic – Barella contro Kroos – Asensio.

I due nostrani un po’ grotteschi per esecuzione e mira, calibrati con il goniometro i due madrileni; il secondo, un colpo di biliardo eseguito da una lussuosa riserva che, da noi, può essere interpretata oggi da il Mohicano, il Giando o El Charrua, al secolo Vidal, Gagliardini e Vecino.

Solo questa lettura può spiegare il divario: se aggiungiamo che Valverde e Hazard, due che da noi sarebbero titolari inamovibili, hanno fatto sortita solo nella ripresa, capiamo bene che i mazzi di carte a disposizione di Carletto Ancelotti avessero una quantità di jolly non sognabili dal povero Inzaghi.

Il canyon che separa noi dal calcio di alto livello è difficilmente attraversabile con assetti di gioco o con disposizioni argute; si dice che in Europa si vada a velocità diverse. Verissimo, ma è la palla che scorre senza imbarazzi, senza secondi tocchi, senza giravolte.

Noi abbiamo i Lautaro Martinez, presunti fuoriclasse. Nelle nostre schiere galleggiano relitti di ex-campioni associati a onesti calciatori per i quali Madrid è una gita premio da raccontare ai figli nella vecchiaia. In mezzo qualche prospetto e qualche tenue realtà europea; troppo poco per far tremare il Bernabeu, ne avrebbero fatto sempre uno più di noi, come vuole la legge iberica, ove lo zero-a-zero è risultato insolente.

L’Europa ci ha detto – con la correità del Turbinante Nicolino, oppresso dalla gerla della sua fama – che abbiamo bombole per un’ora di calcio, poi siamo preda di demoni che Inzaghi enfatizza sbagliando le rotazioni, non i cambi. Se gli undici buoni te li giochi subito, i subentranti, tutti mesti per varie ragioni, non potranno che aggiungere mestizia ai pochi reduci affogati nell’acido lattico, avendo questi sgobbato in nove contro undici; ieri, per esempio, gli attaccanti sono stati nulli.

Inzaghi ha questi e con questi potrebbe fare un 10% in più; basterebbe mescolare un po’ le carte, ma sono sofismi da scrivania. Rimaniamo tuttavia, a Madrid come in altre destinazioni continentali, una cinquecento truccata, col cofano motore rialzato, al cospetto di Ferrari e Lamborghini.

Prendiamo atto e traiamo consigli per le prossime campagne acquisti; speriamo che i soldi derivanti da questi supplizi siano almeno utili per rimpolpare le esangui schiere dei nerazzurri.

Nei prossimi due mesi potremmo avere in mano il campionato, basterà essere concentrati; spero in sorteggio sfortunato in modo che l’Europa non prosciughi energie. Rivincere lo scudo unica meta possibile e, come tale, da perseguire senza danarose distrazioni.