Commentare una simile disfida richiede fantasia che, nel campionato a venti squadre, è sempre più facile esaurire. Il Cagliari, nei tempi che ci vedevano immaginare calcio alla radio, sarebbe stata definita “squadra-materasso”; oggi, guidata da Mazzarri, per distacco uno dei più scarsi allenatori che abbia mai visto, non ha potuto opporre resistenza al pirotecnico assalto nerazzurro. Come ho detto, più di una volta quest’anno, commentare i singoli risulta difficile quando la squadra, nel suo insieme, è capace di sterilizzare anche le momentanee negligenze degli interpreti; è curioso vedere giocatori – ai quali avresti inferto le peggiori torture per un gol sbagliato o un rigore tirato nel peggiore dei modi – azzerare quell’errore e, con la forza dei nervi distesi, rimediare dipingendo quadri calcistici d’avanguardia. Esagerazioni per questa sera da capolista.

Spendo volentieri due parole sul redento Turbinante; Barellik ha preso la scoppola madrilena e, forse, ha realizzato che, dosando le forze, potrebbe dare contributo decisivo in entrambe le fasi. Ha fatto la sua porca figura il Frullator Lussuoso, forse per cercare ingaggio e pensione congiunti, la girata al volo è bagaglio da fuoriclasse.

Mi ha impressionato per carisma El Chala; ha lasciato il turco balbettante negli spogliatoi e ha presentato Hakan, volitivo centrocampista, un “box-to-box” che sembra perfetto per le esigenze nerazzurre. La rete sublime, che ha messo in ghiaccio l’incontro, è la sesta: il doppio di quelle siglate dall’Enigma di Odense in tutto lo scorso campionato. Degli altri sappiamo il copione, recitato come sempre: prendete El Toro, irritante sino al gol, vera incornata da Gran Premio; un rigore gettato alle ortiche, calciando come peggio non si potrebbe, seguito dalla rete del 4-0, un numero da circo e un tocco da biliardo, autentico ottovolante.

Poco altro da dire del resto, che non sia già noto; mi addentro, quindi, in un angolo nobile della vera memoria interista. Se fosse qui con noi, Peppino Prisco avrebbe cent’anni.

Il destino gliene ha concessi meno, donandogli, per contro, un estremo riconoscimento: essere l’icona del tifo nerazzurro.

Come tutti i regali inattesi della vita, quello offerto all’Avvocato Prisco non è stato né casuale, né immeritato; Peppino ha attraversato molte Inter e con Lei molte stagioni, trasformandosi all’ombra di quel credo, non per piaggeria, ma per qualità personali speciali, votate a una religione di vita minima ed essenziale: “…servire sempre e solo l’Inter.”

In questa frase Prisco enunciò il proprio teorema, rappresentandolo con lo spirito giocoso di chi sa scherzare delle corse serie. Rimase trasparente nella prima Inter Morattiana e, giunto Fraizzoli, compiendo il miracolo di Moenchengladbach, concesse fine degna a quell’ultimo scampolo di Grande Inter. Il trasformarsi della Beneamata – scudettata una volta a decennio – lo obbligò a declinare lo spirito bauscia, attingendo agli stilemi dello humor anglosassone, tagliente, ma non chiassoso. Con poche frasi, divenute comandamenti del tifo nerazzurro, scansionò i nemici storici, riconoscendo le nostre umili origini, ovvero il Milan, ed etichettando la JMS per quello che è sempre stata da che il calcio moderno ha vita, ovvero dalla fine degli anni cinquanta. Conosco poco del suo passato militare, spesso ricorrente in queste celebrazioni, ma credo che proprio da quelle radici abbia tratto linfa per illudere la passione, ben conoscendo la durezza che la vita reale può riservare. Ha animato un modo di essere interista inconfondibile; un paradigma a cui rifarsi, ben sapendo che l’originale sia inimitabile. Valendo la pena di essere raccontato, l’Avvocato Prisco è assurto alla categoria del mito, avvolto da quel giusto mistero che accompagna qualcosa che sta tra il materiale e il sogno, un po’ come la nostra Inter, in equilibrio tra l’abisso e l’estasi. Forse Peppino ci avrebbe fatto su una risata, la giusta compagna di chi, con intelligenza, schiva le pallottole del destino.