Esimio Mam, 
mi sono spesso domandato se la sindrome da zona Cesarini sia una prerogativa di noi Interisti, oppure valga per ogni tifoseria che si rispetti. Immagino sia infatti successo più o meno a chiunque di vedersi sfilare sul filo di lana un successo già ampiamente in tasca, o almeno a tutti quelli di che di froebi ne hanno consumato in dosi industriali. 
Fin qui tutto bene, intendo per tutti gli altri ovviamente, non per noi.
Quella porzione di tempo di giuoco che permise all’esile italo argentino di legare il suo nome al più emblematico  caso di metonimia sportiva (  assai più che per essere ricordato come il pigmalione del funambolico Cabezòn ) quando in campo scendono i prodi di nerazzurro vestiti, invece di restare confinata negli immediati pressi del fischio finale, tende ad ingigantirsi, assumendo spesso la durata di un intero atto teatrale, o addirittura, considerata la sofferenza ad esso legata, al travaglio della futura puerpera. 
Ieri sera la recita era a dir poco perfetta, il turbinìo costante dei nostri tre indemoniati midfielders, sommato alla ringhiante aggressività dei due miracolati sulle fasce, avevano costretto la squadra più dominante del campionato ad una serie costante di battute a vuoto, la squadra con il più ampio possesso palla a piagnucolare in cerca proprio della…palla!  Gli invidiatissimi  – almeno dal sottoscritto –  Ruiz e Anguissa, abituati a toreare con disarmante semplicità le mediane  avverse, ridotti al pari di nonnette ai giardini col capogiro da ammazzacaffè mentre stormi di nipoti ipercinetici le sfanculano imprendibili. 
La squadra che nelle prime dodici partite aveva lasciato passare solo quattro gol, ne stava prendendo tre in una volta sola, si era solo al settantesimo, c’era ancora spazio per metterne ancora un paio.
Ed è lì che, con noi, Cesarini diventa Cesaroni.
Ultimi venti minuti da fibrillazione atriale al limite della cardioversione, l’ordine trasformato in casino, pochi valorosi a reggere, molti a non capirci un cazzo.
Le ragioni sono semplici o complicate allo stesso tempo, i cambi, i timori, la partita con quelli di Donekts, la differenza del livello adrenalinico tra chi entra e chi esce.
Ognuno può dir la sua, come sempre. La mia, per esempio, è che uno come Barella lo cambi solo un paio d’ore dopo il funerale, quando se ne sono andate anche le zie sorde che pensavano di essere ad una cresima. 
Esce lui ed è come se un CD nuovo di zecca si trasformasse di colpo in un vecchio 45 giri lasciato sul lunotto della Fulvia di papà a metà luglio, tra solchi, bozze e fruscii produce rumoraccio insensibile e la musica di prima diventa ricordo.

Ma come sempre ha ragione chi vince, Inzaghino ha vinto trasformando la più forte del torneo in roba assai più digeribile, noi abbiamo vinto, tutti, ad esclusione ovviamente di quelli che l’anno scorso di questi tempi volevano a tutti i costi la capoccia di Donnandonio ed oggi, more solito, vorrebbero a gran voce la ghigliottina per il piccolo Spiaze.
Siamo in gioco, questo è ciò che conta.
ad majora
Cecio