Quando arriva il Napoli mi viene sempre in mente una scena di un vecchio film di Federico Fellini, faccio ammenda per il titolo, nel quale si inquadra un pullman di tifosi partenopei dal quale emerge un meraviglioso cartello con la scritta “Ciuccio fa tu!”.

Per i vesuviani provo una sottile simpatia e l’immagine di questo ciuccio, che si avventura nel calcio del Nord, ha sempre qualcosa di poetico. Ho visto molti Inter-Napoli, ognuno ha avuto dei corsi e ricorsi; quello di oggi mi ha riportato, per l’icona impressa sulla maglia napoletana, alla meravigliosa rete che “el pelusa” Maradona siglò in un San Siro novembrino ammantato di scighera (la nebbia che si fa pioggerellina, per noi lumbard).

Ne ho visti tanti in gioiosa rimonta o in comoda gestione; ce ne fu uno beffardo, di cui vi dirò in fondo.

La densità delle attese aveva già intasato i pensieri di molti; ne è scaturita una gara elettrica, bella per agonismo, giocata a chi mena più forte, come tale ricolma di errori marchiani che possiamo giustificare, da parte nostra, perché non mancò il valore e il coraggio.

Rimane da comprendere perché la squadra che ha battuto a rete quasi il doppio dell’altra si trovi bottino pingue ma vantaggio striminzito con fibrillazione finale oltre il tollerabile.

La compagine, ancora una volta, ha sopperito alle deficienze dei singoli; alcune altalenanti, altre grossolanamente evidenti e, come tali, difficili da salvare.

L’esame dei singoli fornisce la cifra tecnica espressa dalla squadra: monumentali Stanlio Perisic e Baby Face Darmian, preciso Ranocchia, bravi con riserva Basto e Skri. Tra i due Basto sta assumendo valore offensivo ma, per esempio nell’uscita sul secondo gol del Napoli (la cui colpa mortale è di Gekko), continua a commettere errori di postura che lo mantengono nella risma degli ottimi e non lo fanno transitare in quella degli eccellenti.

Il Durlindana si è spolmonato da par suo, tessendo gioco con instancabile vigoria; gli è stato sodale El Chala, dotato di personalità in crescendo, bravo nel trasformare un rigore scottante. Sul Turbinante Nicolino ha pesato il primo gol partenopeo, da lui propiziato per l’immancabile colpo di tacco in zona nevralgica del campo. Forse preso dal senso di colpa, ha limitato il raggio d’azione divenendo più concreto nelle due occasioni cardine del primo tempo: la voleé sul braccio di Kuly e il tiro da cui è scaturito l’angolo del gol. Poi la solita minestra, grandi corse, qualche buon recupero e misure rivedibili nelle proposte offensive. È fatto così, prendiamolo per quello che è; non possiamo lamentarci troppo. L’attacco milonghero, appannato dai fusi orari e dalle botte sudamericane, è parso avere qualche bagliore di invitante futuro; la combinazione del terzo gol una piccola legittimazione di questa speranza e l’evidenza che El Tucu debba agire fronte alla porta, possibilmente con del campo davanti. Su El Toro discuteremo all’infinito; un dazio per sessanta minuti, poi la fiammata che, alla fine, ha deciso.

Potrei intrattenervi all’infinito su Handa ma prendo per buona la deviazione, fortunosa, che ha salvato la vittoria; il resto è silenzio.

La squadra, complessivamente, produce gioco in abbondanza, a tratti anche piacevole e, fatti i cambi, si consegna all’avversario in epiloghi, ripetuti, che mostrano confusione e approssimazione stupefacenti.

Questo è Inzaghi, l’uomo di San Nicolo di Rottofreno, appena dopo il ponte del Trebbia, lasciando Piacenza alle spalle per andare in Val Tidone. Ha una coperta corta e rammendata, deve fronteggiare l’inverno; cosa potrà mai fare?

Mi parrebbe ingeneroso criticare la sua condotta sin qui degna; tuttavia mi preme una notazione filosofica, più che strettamente tecnica. Le gare durano 100 minuti; puoi giocare come la Honved di Puskas per sessanta minuti ma nei restanti quaranta cosa fai? Questi siamo noi per un motivo semplicissimo; il calcio moderno non prevede solo le sostituzioni ma, bensì, le rotazioni. Non è un bisticcio semantico da Accademia della Crusca, è fredda analisi delle formazioni. Non puoi dare a Super Marcy come compagni Barella e Chala e poi condannarlo a il Mohicano con il Giando. Perché confondere Perisic facendogli cambiare tre ruoli in partita, lasciando scampoli a Dimarco che, a più riprese, ha mostrato gamba per offendere efficacemente. Gekko può anche riposare un turno, perché già in apnea per le trentacinque primavere. Bello vedere quella che si chiamava un tempo la “formazione tipo”, ma se il logico avvicendamento dei più stanchi comporta un calo di classe e di intensità, come quello visto negli ultimi venti minuti, forse le rotazioni sono da rivedere.

Quando ho visto Maertens sparare nei blù mi è venuto in mente un Inter Napoli del 1982; due a due. Dominio per oltre 80 minuti e poi due reti in quella che veniva chiamata “zona Cesarini”. Alla Domenica Sportiva andò in onda l’ultimo arguto servizio del più originale tra i cronisti: Beppe Viola. Quella stessa notte se ne andò per sempre, non senza averci lasciato una perla nell’intervista a Giacomini, allora “mister” degli azzurri. “Caro Giacomini, parliamoci chiaro, il migliore in campo è stato San Gennaro….”. Questa sera, per nostra sorte, Sant’Ambrogio si è esibito in pezzi pregiati di miracolistica, che non avremmo dovuto sfruttare se avessimo quadratura globale differente; la va ben inscì, bauscioni del mio cuor, meno quattro dalla vetta è un gran bel vedere.