I giallorossi non vedono palla con noi da tempo ­– non vincono da quando li allenava Spalletti e noi avevamo Padre Pioli in panca – ma questa partita poteva rappresentare uno scoglio non irrilevante sulla rotta del bastimento d’Inzaghi.

Lo stato di forma, il gioco arioso ed efficace, la presenza di talenti cristallini come il centravanti Kevin Oghenetega Tamaraebi Bakumo-Abraham, più semplicemente Tammy per gli amici, erano gli ingredienti che avevano condito la vigilia.

La partita ha dimostrato che la tisana calcistica messa in mostra dal manipolo del Vate di Setubal ha potuto resistere sino a che l’incontro è stato caos calmo (rubo a chi sa scrivere sul serio…); una serie di nostre buone intenzioni, con due spaventini romanisti.

Poi, come un tornado dell’Oklahoma, le due azioni che, spero, ricorderemo a lungo.

La prima è calcio allo stato puro; la seconda sigilla una nuova, superiore, totalità di Super Marcy. Il colpo del Durlindana ha squarciato la legione capitolina, anestetizzando l’incontro.

Poco ha potuto l’astro Tammy, che ha messo in mostra solo un fallo laterale, a nostro favore, essendosi liberato al tiro nell’unica occasione che il trio difensivo nostrano gli ha concesso.

In generale definirei la partita un elogio dell’imperfezione; senza essere pruriginoso nei giudizi, chi più, chi meno, tra i nostri, ha accumulato sbagli, che sembrano sempre essere al di là del lecito, per numero. La sommatoria, tuttavia, porta ancora a tre gol realizzati e, per conseguenza, ogni ulteriore discorso pare pleonastico. Di fatto, non ha chiuso un triangolo Gekko, per contro, ha offerto preziosa sponda a El Turku per lanciare El Panteron nell’azione apriscatole del primo goal.

L’olandesone, sino a quel momento balbettante, ha avuto il pregio di convertire, in un centesimo di secondo, il rientro dal fuorigioco e la partenza per la corsa decisiva. El Chala (o El Turku, come vi piace di più), in giornata sfavillante, ha anche ispirato il rovesciamento sul quale Stanlio Perisic ha offerto tappeto rosso all’arrembante connazionale con la bomba sul collo e questi, dopo dribbling ubriacante, ha tracciato un diagonale terra-aria, mandando la sfera nel sette. Non dirò null’altro, spero tanto di farlo più avanti.

Ha turbinato il Nicolino, motore ingolfato, ma volontà d’acciaio. Se i due – Skri e De Vrij – hanno messo la museruola a quel po’ po’ di talento che è Tammy, si è rivelato zuccherino l’apporto del Dima; l’enfant du pais dardeggia, col sinistro, quasi fosse rivestito di velluto. Un delitto non rieducarlo a ruolo più offensivo. Per finire i titolari, El Toro, animato da nuovo furore, è stato perentorio giustiziere degli uomini di Mou.

Handa è un po’ che paga il biglietto per assistere da posizione privilegiata.

I subentranti hanno fatto, come spesso succede, alterne figure. Il Giando è parso propositivo, salvo dimenticarsi di Miki in occasione dell’accorcio giallorosso e successivo attacco di panico collettivo, esacerbato dal Frullator Lussuoso; l’ex Maravilla ha interpretato doppio ruolo, vicariando anche l’assente connazionale crestato, nel compiere misfatti in zone minate del campo. El Tuku è stato impalpabile mentre il Basto ha tenuto il coltello tra i denti quando serviva. Gosens è il classico s.v. da Fantacalcio.

L’uomo con la riga in mezzo ha potuto festeggiare, ne ha diritto, la sua idea di calcio propositiva; il diversivo offensivo diagonale offerto dal Panteron è una gemma del suo gioco e bisogna rendergliene merito. Inzaghi sembra aver ritrovato uno spirito antico; viviamo sempre sulla corda, appena allentiamo la tensione siamo pericolosi sino all’autolesionismo, ma certi sprazzi si annidano solo nelle grandi squadre che, è bene ricordarlo, sono il frutto di grandi allenatori.

Nel mentre i Diavoletti hanno avuto la meglio su Sarri e co.; sono contento. La Lazio non merita nulla dopo lo sgarro dell’andata e se finisse fuori dalle coppe mi darebbe un bel gusto.

Ci sono quindici punti sul tavolo; andiamo a prenderli e chiudiamo il conto, non aspettiamoci favori. Non ci interesserebbero.