La telefonata affettuosa dell’amico Bruno Restelli mi ha concesso il privilegio di andare a vedere il Derby, ospitato in luogo meraviglioso e riservato; credo fossero quasi trent’anni che non frequentavo il Meazza, sponda Milan, in occasione della stracittadina. Nell’ultimo Derby di Coppitalia visto ero andato a mangiare la pizza già all’intervallo. Una doppietta di Papin e una sferzata di Gullit avevano chiuso la contesa in mezz’ora; da lì mi risolsi a non andare più allo stadio, quando avessero ospitato i “cacciaviti”, tali e tanti erano loro, nonostante fossimo in casa noi.

Entrare nel mondo “casciavid” è sempre un’esperienza che necessita di copertura farmacologica abbondante, un cocktail vigoroso di antiallergici, cortisonici e sedativi diventa necessario già dal riscaldamento quando la coreografia dei diavoli spara a tutto volume le note di “Freed from Desire” e ti tocca sentire tutto lo stadio che urla “Pioli is on fire”, moderno ossimoro calcistico.

Con queste premesse, conscio della nostra condizione “covidica”, mi ero preparato anche a perdere di goleada, tanto, mi ero mormorato, la Coppa Italia è la classica competizione da Milan.

Alla fine la partita è scivolata nel suo grigiore, trascinando tutti in un gorgo di broccheria, che ha inghiottito anche i sentimenti più accesi; lo “nil to nil” scontenta i diavoli, per le timide occasioni prodotte, ma dà loro la chance del pareggio-con-reti al ritorno e, in definitiva, li fa sorridere sotto i baffi.

Noi usciamo dall’ennesima partita senza goals, un digiuno che somiglia a un cancro, figlio di un calcio ramingo, praticato da profughi senza bussola, dispersi in una foresta pedatoria, braccati da lupi che paiono fate morgane.

Inzaghi è nelle sabbie mobili e si aggrappa alle solite ingannevoli liane; sprofonda balbettando il medesimo verbo, senza avere il coraggio di sparigliare le carte. Insiste su uno schematismo che, giorno dopo giorno, gli porta il medesimo conto.

I tre di difesa si barcamenano; Handa, se si eccettuano delle riprese di gioco rivedibili, ha fatto un’unica bella parata, meritando la mia indifferenza, che è già molto.

Marcy ha mosso stancamente la durlindana per intimidire i roventi rossoneri, unico motore del nostro centrocampo; el Chala, l’ha ciapà no un balun, mentre il Turbinante Nicolino, le spalle incurvate, le gambe stanche, sembra voler chiedere la sostituzione già nel riscaldamento. Azzerato. Gli esterni fanno sempre la loro porca figura; Perisic è fisicamente e tatticamente strabordante. El Panteron ha ingaggiato duello rusticano con l’ossigenato milanista e avrebbe anche confezionato una bella palla gol se Gekko non fosse rimasto in Bosnia. Del Manzito si sono perse le tracce. Assieme al duo cileno, subentrato nella ripresa, vista l’epoca carnevalesca, potrebbe a buon diritto sfilare come a un ballo in maschera: lui sarebbe l’uomo ananas, visto come si concia il piumaggio, mentre il Mohicano ed El Gringo fungerebbero da valletti, come nel migliore folklore sudamericano. Nei due andini trucco e vita coincidono: Il Frullator Lussuoso ha cercato varie volte di ripetere l’exploit dell’ultimo Derby, perdendo palloni in zone minate del campo, mentre Vidal ha proprio agito da regista offensivo del Milan, con tagli orizzontali che sarebbero proibiti anche all’oratorio. Gekko potrebbe essere ammirato per la volontà ma le primavere sembrano moltiplicarsi, inesorabili, partita dopo partita; il prodotto finale è nullo.

Guardando Inzaghi agitarsi stizzito, per molta parte dell’incontro, mi sono domandato in cosa speri. Mi è venuto in mente un cantante, bravo quanto sfortunato, della mia adolescenza: Claudio Lolli. Claudio, classico cantautore triste degli anni settanta, scrisse una canzone angosciante che aveva come titolo: Aspettando Godot.

La canzone iniziava con: “Vivo tutti i miei giorni aspettando Godot” e si snoda con una serie di rimpianti struggenti finché il protagonista giunge alla conclusione di farla finita:

“C’è un pozzo laggiù

che specchia la luna
È buio, profondo e mi ci butterò
Senza aspettare che arrivi Godot….”.

Di fronte all’epilogo, quest’uomo mediocre, trova un’ultima risorsa e rinnega una vita sottomessa per prendere una decisione ferale, quanto coraggiosa.

Arrivo alla conclusione; o Inzaghi smette di aspettare Lautaro e compari, o il destino sarà ignobile, inutile negarselo.

L’Inter ha un unico uomo in grado di sovvertire fisicamente l’incontro: il suo nome è Ivan, ex-Stanlio, Perisic. Vederlo fare continuativamente il quarto della linea difensiva mi ha fatto ribollire il sangue nel cervello. Possibile che il suddetto non possa agire da seconda punta, avendo una libertà offensiva che il dogma tattico inzaghiano gli nega persistentemente?

Non si possono mettere a centrocampo giocatori di gamba, convertendoli dal ruolo asfittico di esterni, per concedere ossigeno al nostro settore più malato? Dimarco, Darmian o D’Ambrosio farebbero peggio di Vidal, se adattati al ruolo? Voglio vederlo per tre partite; poi mi convincerò.

Lasciare perennemente in panchina i vari Vecino, Gagliardini, ovvero concedendo loro solo microscopici spezzoni di partita, oltre a demotivarli, non consente ai suddetti di ingranare un ritmo partita decente; non dovrebbero vicariare il miglior Zico, avrebbero il solo ruolo di non rilanciare il contropiede avversario. Sono così disperato che arriverei a provare Ranocchia per Gekko, sicuro che due zuccate, sulle decine di cross che prendono sempre gli altri, sarebbero sue.

Questo agire pettinato toglie le ultime energie ai cavalli buoni e depotenzia i già deficitari riservisti. Un doppio riprovevole danno procurato da chi ha portato la squadra nelle sabbie mobili e non cambia registro, diversificando gli attori. Quelli più bravi sono oltre l’amaro, la frutta l’hanno consumata da un bel po’, cucinati da un gioco smerigliato che, a oggi, lascia spolmonati. O sopravvivi a questo momento con delle alternative, per quanto scarse, scarsissime, possano essere, oppure continui ad aspettare Godot, per un comodo quarto posto che, vista l’aria che tira, sarebbe già un bel traguardo, perfetto per uomini privi di coraggio.

Per la Coppitalia l’agonia si consumerà ad aprile; speriamo nelle uova di Pasqua.