L’otto marzo millenovecentosettantuno, esattamente cinquanta anni fa, in un “Garden” tirato nuovamente a lucido, ricolmo di stelle del “jet set” internazionale, si affrontarono Joe Frazier e Muhammad Alì. Le implicazioni sociali e culturali di quell’incontro avrebbero potuto riempire libri, come in realtà fecero; nell’essenza combattevano una montagna di muscoli, inauditi per violenza, e una farfalla di cento chili che volteggiava sul macadam “per pungere come un’ape”*. Per me il privilegio di una veglia notturna con mio nonno e mio padre, le quattro della mattina, per un tredicenne di quell’epoca, erano ricompensa inusitata. Alì venne sconfitto ma, sebbene atterrato per un brevissimo attimo, ottenne la nostra ricompensa morale e, dopo anni, non solo aggiustò Frazier ma, nella straordinaria notte di Kinshasa ebbe ragione dell’astro nascente George Foreman, esaudendo il popolo delle sue ancestrali origini, che lo aveva sostenuto per tutto l’incontro al grido di “Alì bomaye”, Alì uccidilo…senza andare per il sottile.

Sebbene l’analogia tra Frazier – Alì del Madison Square Garden potesse apparire stonata ­– questa era una partita di campionato di calcio e la c’erano i galloni di campione del mondo in palio – la disfida tra Inter e Atalanta aveva molti connotati di quell’epica sfida.

La posta era psicologicamente elevata; vincere, per entrambe, poteva essere una svolta decisiva. Perdere ridimensionava il volo di chi stava davanti e relegava a comprimario chi stava dietro.

Con questi preamboli la farfalla bergamasca e il maciste milanese se le sono date di santa ragione in una contesa che, almeno per un’ora, ha avuto le stimmate del miglior calcio europeo.

L’una danzando calcio, l’altra opponendo fisicità; ciascuna secondo le caratteristiche di chi le ha volute e costruite. Era palpabile che solo un colpo da k.o. avrebbe risolto, bisognava trovare il modo.

In questo la Dea ha smargiassato calcio con un assetto di gioco quasi irridente; una disposizione, in fase di non possesso, da vecchia scuola danubiana. Un quattro-due-quattro prontamente mutevole per chiudere linee di passaggio e per aprire gioco sempre e solo col fraseggio stretto; questo perché la cifra tecnica dei singoli atalantini è molto vicina all’eccellenza, particolarmente quando le file sono ravvicinate. Per citare l’inarrivabile Brera, riportando egli un noto sapiente calcistico milanese: “Giughen cunt el balun tacà al pe’ cunt la cordeta”, ovvero amministrano la sfera con maestria e dinamismo unici nel panorama nostrano. Noi potevamo opporre un consolidato “MOSE” che non facesse salire l’acqua oltre i livelli di guardia nella piazza San Marco della nostra area ove la Basilica e i campanili rispondevano ai nomi di Handa, versione riflessogena, De Vrij inesorabile, Basto puntuale e arguto nel gol, nonché il gigante dei Tatra Inferiori, quello Skri ritrovato goleador in questa fiorente stagione. Forti del pacchetto di mischia, i nostri hanno trovato prezioso tallonatore in Stanlio Perisic, la cui diligenza nella copertura e la cui prontezza offensiva sono state ancora una volta ammirevoli. Ha durlindanato da par suo Super Marcy, sfibratosi in un triplo lavoro di copertura e apertura; triplo perché l’ectoplasma mohicano ha incasellato l’ennesima goffa figura sulla quale non vale la pena spendere una parola, mentre il tarantolato Turbinante ha mescolato carte nella nostra tre-quarti, ma non ha convertito mai in modo proficuo le sortite offensive. Ha deluso fortemente Beep-Beep Hakimi, che sembrava Gatto Silvestro alle prese con Titti. Si è scornata la Lu-La in forme e misure diverse; sventato nelle ripartenze il “torito” e appannato oltre il dovuto Lukakone, sprecone in due occasioni capitali. Si è risolto, per contro, l’Enigma di Odense; usato in versione toreador, ovvero subentrato allo spompato mohicano, ha impugnato fioretto e scimitarra con egual disinvoltura, concedendo ossigeno ai boccheggianti di Fort Alamo. Prova dell’intelligenza tecnico-tattica del giocatore, piacevole scoperta del 2021.

Il Paron Rocco, vicenda arcinota e abusata, all’auspicio “Che vinca il migliore” rispose con un lapidario “Speremo de nò!”. Così è stato stasera; qualche incertezza e la rumba sarebbe stata servita con gli interessi. Segno che questa squadra ha nella coscienza dei propri limiti un segno di identità notevole.

Riguardo al futuro mi appello a Yates che in un suo celeberrimo verso concluse “Non dir nulla che sia meglio del silenzio…” così è per me questa sera; Frazier ha battuto Alì, c’è il rammarico per il cosiddetto “bel calcio”, ma il sonno è assai lieto!

Vi abbraccio bausciones, meno dodici.

*Nel descrivere la sua boxe Alì diceva “Floating like a buttefly to sting like a bee!”