Quando ci si trova a commentare questi incontri c’è sempre dell’imbarazzo; è un calcio di situazioni, risultato maligno di fatti accaduti e non accaduti, la cui sommatoria, intrisa di alea, avrebbe potuto far pendere la bilancia verso i neroverdi o verso i bianchi bisciati.

Hanno prevalso i bianchi con rettile che, in definitiva, rappresentano i rimasugli della squadra campione d’Italia, con qualche novità di dubbia caratura.

Per dare il risultato di questa sera sarebbe più onesto dire Gekko 2 – Sassuolo 1; il bosniaco ha spinto in rete, essendo ben piazzato, un centro con i freni e il manubrio di Stanlio Perisic, a suo modo tonico sull’out di sinistra per tutta la durata dell’incontro. Gekko ha anche suggerito una profondità concreta e sostanziosa al Durlindana che, reso quasi esanime dal correre per i due compagni di centrocampo, è riuscito a confezionare una stella filante che ha aggirato i sassuolesi per mettere il nostro vero centravanti a tu per tu con Consigli; questi gli è rovinato addosso prima di carpirgli la sfera. Il rigore ha consentito a El Manzito – ancora nella versione col casqué, quindi nociva – di trasformare il rigore della vittoria. Unica palla decente nella partita.

Il resto è parso una lezione sui numeri irrazionali al liceo: non si capiva letteralmente nulla.

Il copione è stato ricco di contraddizioni, gli attori spesso sono andati a braccio, non essendo degli improvvisatori; ne è scaturito un football a singhiozzo, a tratti ricco di speranze, per altri versi intriso di errori marchiani che tutti hanno eseguito con stupefacente diligenza.

Se l’inizio è parso provvisto del giusto cipiglio, i secondi venticinque minuti del primo tempo e i primi dieci della ripresa sono stati film dell’orrore da cinema di quart’ordine. In tutti i settori del campo. In difesa, Skri, l’Olandesina e Basto sono parsi la banda del buco in una rincorsa reciproca che ha immolato il terzo alla sostituzione, questi peraltro nevralgico nel salvare il due a zero quasi sicuro.

Inzaghi ha insistito su Ciapanoglu a centrocampo, ma il turco è poca cosa in quel settore; non ha invenzione, non ha visione ispirante e, non di rado, fa esaurire l’azione in zone ove perdere palla significa far aumentare le frequenze cardiache di tutti noi inguaribili assatanati.

Dumfries ha movenze improbabili, non è rapido come sembra e parla un dialetto calcistico incomprensibile.

L’equivoco Turbinante Nicolino deve sempre convincermi; il cronista ha detto di lui essere un buon tiratore. Se fosse un tiratore al piattello, con quella percentuale di riuscita nell’inquadrare la porta, verrebbe freddato sul posto perché inutile. Il nostro mette cuore e corsa ma dovrebbe mettere la palla in rete; nei contrasti difensivi esce quasi sempre sconfitto, ha soluzioni offensive incomprensibili e, da un punto di vista della posizione in campo, appare rivedibile. Suo il virtuosismo che porta al rigore emiliano.

Del Manzito ho detto, trattenendo in me gli accidenti offertigli per avere rilanciato il contropiede avversario essendo in possesso di palla dentro l’area avversaria. Su Correa mi astengo; a Verona avevo avuto il sospetto, e ora mi sto avviando sempre più verso la certezza: le doppiette all’esordio sono appartenute a diversi carneadi nerazzurri del passato, spero tanto che el Tucu non faccia quella fine.

Darmian ha aggiunto il mestiere che bastava per contenere il duo Boga-Rogerio, apparsi emuli di Jairzinho e Carlos Alberto, egualmente ha agito da respingente il crestato Vidal, se non altro ha menato, l’unica disciplina nella quale conserva intatto talento. Dimarco ha agito con diligenza e di questo dobbiamo essergliene grati. Come grati dobbiamo essere verso Handa che ha parato il giusto e, nell’episodio di fine primo tempo, ha agito con furbizia e mestiere ingannando Defrel, il quale è caduto più per lo spavento che non per Samir.

L’allenatore ha fatto quattro cambi contemporanei ed è stato osannato dalla critica: se uno fa quattro cambi dopo dieci minuti del secondo tempo, a casa mia, ha sbagliato formazione, però il calcio moderno contempla anche questo. Gli episodi gli hanno dato ragione e quindi viva Inzaghi. Dovessi dare un giudizio sulla partita, e quindi sulla cifra tecnico-tattica espressa, sarei combattuto: a un inizio parso scorrevole, si è sovrapposta una fase sfilacciata in mille rivoli e, alla fine, il fluire ansioso e stentato messo in mostra mi fa sempre più pensare a una gestione meno serena, il che porta il giudizio sull’operato del mister verso le zone dell’insufficienza. Per contro, questa brutta performance porta con sé i tre punti dovuti; quindi, dimentico tutto e guardo alla sosta purificatrice. Miglioreremo, ne sono sicuro, ma non ho ancora capito né come, né quando.