UDINESE 0 – INTER 0


Un punticino, un misero punticino; questo è il verdetto della Dacia Arena e questo è il verdetto che inchioda l’Inter ai dogmi del Donnandonismo.
In fondo siamo questi, un ottovolante da fiera paesana, un po’ sù e un po’ giù, ma con la mestizia di chi non potrà mai permettersi le Magic Mountain.
Il dogmatismo di Donlivore non ammette divagazioni; è contro la sua indole cambiare, Donlivore sostituisce, mette una pedina in uno scacchiere e non altera lo schieramento, quelli sono e quelli rimangono, loro o le loro controfigure.
Inutile quindi aspettarsi evoluzioni o rivoluzioni, l’armata marcia come la falange macedone, chi sa opporsi a questo stantio urto porta a casa quello che vuole.
Peccato non accorgersi che per il cinquanta percento dell’incontro la palla è stata proposta da Skri o da Basto e che, magari a venti minuti dalla fine, una variante – che so, l’enigma di Odense – avrebbe potuto scompigliare.
Ma sarebbe troppo pretendere questo da Donlivore, lui pensa di vincere al 95°, peccato che Maresca, giusto per farsi vedere, abbia conquistato la scena concedendo quattro minuti di recupero. Ci sarebbe voluto l’ultimo….
È stato quindi un sonnolento spartito cui sono mancati i solisti, un po’ sorprendentemente, ma totalmente, Lukaku, mentre ormai può dirsi abbonato Lautaro, inmanzito oltre lo sperabile. Sancito il fatto che la metà dei gol derivano dai due punteros, se i due hanno le polveri annegate, qualche soluzione alternativa si sarebbe potuta pretendere. La partita è stata l’esatta replica dello Shakhtar, con l’aggravante che l’odierna Udinese, peraltro ben condotta tatticamente, non ha standing internazionale. A parziale lenimento va il fatto che l’Atalanta, trionfatrice sulla capolista, non è uscita da qui con miglior risultato; qualcosa vorrà pur dire.
A quanto sin qui menzionato c’è poco da aggiungere di nuovo; in generale l’atteggiamento è stato troppo presuntuoso in molte parti del match. Non si può comandare con il ritmo di un accelerato anteguerra, tieni palla con sicurezza ma sono bravi tutti a chiuderti le traiettorie utili per ottenere la superiorità numerica. Così è stato per Brozo, il migliore del centrocampo; Turbinante Nicolino ha giocato a confondersi le idee con Beep-Beep che, nell’altalena nerazzurra, si ritrova Coyote ogni mezz’ora.
La dorsale sinistra fa ormai tenerezza e, non voglio essere ingiurioso, potrebbe appendere le scarpe al chiodo tanto sono inconsistenti i calci che sferrano al pallone. La prova provata è che ci si muove costantemente sulla destra e sulla sinistra non si può che andare indietro. Il Mohicano fa bene ad arrabbiarsi quando lo sostituiscono; è l’espressione onesta di chi, viaggiando con la mente in un mondo parallelo, pensa di avere fornito linfa vitale all’arrembaggio nerazzurro. La realtà è un film al rallentatore che meriterebbe le scarpe contro il video.
L’astuzia pedatoria del buon Gotti ha posto un po’ di filo spinato attorno a Brozo che ha potuto andare solo per vie orizzontali, ha puntellato la nostra destra, come non ha fatto il Maestro Pirlo la settimana scorsa, e ha lasciato la sinistra indifesa perché a marcarsi ci pensavano già i due bradipi nostrani.
Quando le barricate sono parse sull’orlo del crollo ci abbiamo pensato noi con un’imprecisione e una sufficienza colpevoli; giocare di tacco su questi terreni è reato penale e, come tale, andrebbe perseguito.
Ancora una volta i grandi numeri ci hanno pizzicato; avevamo sempre segnato, prima o poi in bianco dovevamo andare. Per fortuna che Handa ha dovuto pregare una sola volta, di buttarsi non se ne parla; oggi, peraltro, non sarebbe servito a nulla.
È finita l’andata, sarà un campionato di mucchio, ognuno potrà recriminare all’infinito, probabilmente si arriverà in volata e chi sarà più fresco avrà la meglio. Donlivore penserà a questo, forse; rimane il fatto che ride solo quando non parla dell’Inter. Come si dice da noi, mi capisi no! E martedì sotto col più classico degli appuntamenti, il Derby!