Quando scendono a San Siro i bianconeri furlan mi ronza sempre nell’orecchio la voce de O’Galinho, Arthur Antunes Coimbra, in arte Zico, illustratore di una stagione da incorniciare di quella che lui chiamava “Uggines”.

Così ricordo un periodo fiorito della mia vita e ritorno a quel calcio, sicuramente meno dinamico, ma di abbondante solluchero che le sciabolate di Edinho, estremo difensivo dalla visione calcistica caleidoscopica, le magie del Barone Causio e le finalizzazioni del carioca permettevano di gustare.

Oggi Uggines è ben altra compagine, addestrata a difendere con il coltello tra i denti, muscolare, ordinata nel cambiar fronte, senza avere stelle ma solo vaghe ipotesi.

Contro un irreprensibile Froggy, un formidabile Skri e un concentrato Basto ci voleva ben altro; lo stesso Handa non ha dispensato favori e, chiamato blandamente in causa, ha risposto come avesse dieci anni in meno.

La gara è stata quindi saldamente in mano ai nerazzurri che, purtroppo, necessitano di un volume di gioco e di tentativi che, accantonando il risultato dovuto, appare esorbitante.

Da punto esclamativo la padronanza della fascia di Stanlio Perisic, geniale nel liberare Correa in occasione della prima rete, instancabile nello svolgere con puntualità cronometrica le due fasi. Non si può dire altrettanto dell’omologo opposto; El Panteron Dumfries ha svillaneggiato calcio con una miscela di ansia e broccheria che rende le sue prestazioni più negative di quanto meriterebbe questo coloured proiettato, suo malgrado, nelle umidità padane.

Il Durlindana è stato come sempre il fulcro instancabile del nostro gioco che, credo per scelta tecnica, ha l’obiettivo di stritolare l’avversario quasi fosse un’anaconda, più che di morderlo con il guizzo letale del mamba.

El Chala ha preso un po’ di coraggio, ha qualche felice intuizione e, in questo tourbillon che Inzaghi giustamente ha scelto di adottare, ha uno spazio che, se esente da nocumento, può andare ma, come diceva il Liga, “non si sa bene dove”. Gekko è parso nella versione annebbiata; la difesa della sfera e lo spirito manovriero persistono, oggi la decisione nei sedici metri è stata al rallentatore. Non giudico i subentranti che hanno partecipato a una recita scontata, peraltro non complicandola, ma spendo una parola per il povero Sensolo. Il cristallo calcistico ha tocco differente, visione verticale che altri non posseggono e, talvolta, soluzioni finali decisive. Per mettere a tavola questo banchetto, particolarmente in quelli che navigano gli ostici mari di mezzo, serve una confidenza e una sincronia tra fiato, corsa e posizione che il gioco a singhiozzo mal fornisce. Ecco il perché delle suo tartagliare; penso che la cura Inzaghi, che lo sta gestendo con parsimonia sperando in una sfolgorante fioritura primaverile, possa essere un’ipotesi credibile e accetto Sensolo in formato mignon.

Ho volutamente lasciato alla fine i due protagonisti della partita: Turbinante Nicolino e Tucu Correa. L’alfa e l’omega di questo incontro. L’esemplificazione vivente di quanto il calcio sia bastardo.

Il Turbinante, come vado dicendo da tempo, è dotato di qualità eccelse che, se osservate attentamente, vitupera con percorsi finali sconclusionati. Oggi ha macinato la solita maratona ma, nei pressi della gloria, ha mancato, di poco o di tanto l’appuntamento. Per contro, El Tucu, indolente, mal posizionato, impreciso e impacciato per quasi un’ora ha ricevuto palla fronte alla porta, sullo slancio è giunto entro i sedici metri e, con la cattiveria che solo i sudamericani posseggono, ha risolto la partita. Ha arrotondato, anche questa volta fronte alla porta, con la semplicità dei giocatori con calcio diverso.

Il 25% dei nostri punti porta la sua firma, analizzando freddamente i numeri. Altrettanto ingenerosamente potremmo dire che nessuno dei 24 punti porti la sigla del 23 sardo. Giochi del calcio bastardo, irriconoscente con gli sgobboni e mellifluo con i virtuosi del gol.

Eppure in questa danza di numeri c’è sempre una verità, sottile ma essenziale: se il Turbinante vorrà essere il nostro capitano dovrà comprendere che calciare in porta è esercizio da eseguire con la testa sgombra e senza l’ansia di volersi dimostrare diverso dagli altri. Cosa che fa sempre quando, stizzito per un passaggio lungo, agita le braccia o calcia i tabelloni; contasse quanti suoi suggerimenti vanno fuori misura, migliorerebbe quel fondamentale e ci trascinerebbe verso orizzonti insospettabili.

Di contro El Tucu ha dato una risposta a Inzaghi; non so giocare negli spazi stretti, ho bisogno di aria per arrivare a colpire, gesto da mamba e non da anaconda. I paragoni sono legati alla maglia che indossiamo, piaccia o meno; speriamo di non comportarci come animali a sangue freddo in quel dell’algido est europeo, altro snodo fondante di questa stagione.