Nel 1966, in serate come queste, si sarebbe andati a San Siro col metaforico coltello; la nebbia ti avrebbe avvolto sin nelle viscere, il freddo ti avrebbe spaccato le ossa e azzerato il respiro. Il calcio – si fosse giocato – sarebbe stato da un’altra parte; il terreno colloso avrebbe privato ogni gesto di leggerezza. La sfera, impanata di quel lieve fango che l’umidità avrebbe addensato su di essa, si sarebbe mossa a schiaffoni da una parte all’altra del campo; avrebbe vinto chi picchiava più forte.

Sarebbe stata disfida tra polmoni e cosce, braccia ruvide e gomiti acuminati per rimanere a galla in quel mondo lattiginoso; il fiato, anch’esso nebbioso, avrebbe dato le ultime risposte.

Questa sera mi ha portato là, in un tempo vago di froebi domenicale, buio già nel primo pomeriggio; guerra di trincea, assalto alla baionetta.

Perché il 1966?

Perché in quell’anno uno stravagante Enzo Jannacci – unitamente allo spirito frivolo e tagliente di Cochi e Renato, con la supervisione di un sottile Marcello Marchesi – scrisse la demenziale, poco conosciuta, “Ho soffrito per te…”

Così noi questa sera; questi i versi del mitico Enzo, epitaffio di questa notte del calcio “Ho soffrito per te, non sei capito niente….”

In effetti, reduci da due partite giocate con le infradito, dovendo indossare le scarpe con i sei tacchetti, assestati a dovere i parastinchi, ci siamo fatti travolgere dallo spirito guerrigliero dei ragazzi di Juric, uomo che conosce alla perfezione le matematiche del calcio ostruttivo, ovvero quel calcio pallettaro che fa giocare male chi saprebbe fare meglio.

Abbiamo tossito un calcio costipato, impreciso in molte soluzioni ultime, frequentemente aereo e, come tale, casuale.

Abbiamo soffrito e non ci abbiamo capito molto, sviando la manovra in molte parti dell’incontro.

L’aggressione sistematica al Durlindana ha schermato le iniziative sul nascere; le soluzioni alternative escogitate da Inzaghi, ovvero il Mohicano ed El Chala, hanno trovato analoga sorte. Da qui il ricorso frequente alla palla lunga di Handa, che, raramente, ha trovato sponde abili nel Manzito e in Gekko; il primo ormai cade per contratto e, finisse sotto un TIR, nessuno gli crederebbe più. Il secondo ha mitigato col volume una serie infinita di palle perse; ha nobilitato la serata con la palla al centro, nel primo tempo, che il Durlindana, per me, ha lisciato, facendo giungere la sfera nei pressi del Panteron. Questi, che sino a quel momento aveva vagato apolide sulla corsia di destra, vegliando l’esangue Mohicano, ha trovato il più saggio dei postulati calcistici e ha espresso un efficacissimo piattone, battendo a mezza forza, ma sull’inerzia della corsa, di per sé bastante per imprimere direzione corretta e velocità imprendibile.

Il trio difensivo, avvezzo a queste scazzottate, ha retto una baracca che, privata del dinamismo di Nicolino Turbinante, è parsa minacciata non dalle occasioni, ma dall’urto granata, sterilizzandolo.

Perisic ha, unitamente a Basto, solcato l’out sinistro con la consueta vigoria, ma in area sono rimaste solo briciole. Il Durlindana Brozo ha spadroneggiato ma senza incidere in modo significativo, ha dato una deliziosa profondità a Lautaro, che non ha saputo convertire, ma è parso appannato, forse perché i due compagni di reparto hanno, per ragioni diverse, soffrito.

Bisogna anche interrogarsi su un dato numerico: contandosi quindici conclusioni, delle quali solo tre in porta, verrebbe da domandarsi dove sia finita la mira dei nostri.

Ha capitalizzato in venticinque minuti, più di Lautaro nel resto della partita, il Frullator Lussuoso; ha centrato un palo esterno su delicato assist di Sensolo, riproposto con minutaggio striminzito e quindi non idoneo a fargli prendere il giusto ritmo. Ritmo che non è appartenuto al Charrua; questi, senza toccar palloni, ha generato terrori, per noi, purtroppo. Hanno partecipato con mestiere Sant’D’Ambroeus, forse per santificare le imminenti festività, e il tonico Dimarco.

Handa ha fatto il suo, soffiando quel tanto che bastava sull’unico vero tiro granata, finito fuori di un amen.

Si chiude un quadrimestre stupefacente; si gira a quarantasei, con quattro di margine sull’avversario più diretto, essendo gli altri costretti all’improbabile. Avremmo dipinto firma gigantesca e avremmo sigillato il tutto con ceralacca su cui si sarebbe stampata icona imposta da anello papale; sogniamo questo Natale del calcio neroblù, dal sei gennaio si volta pagina, sperando di trovare…vita vecchia!

Auguri a tutti, amici bauscioni!