Vincere ad Anfield è sempre piacevole; non è impresa di tutti i giorni.

Le spiegazioni di questo successo si trovano nel mistero del calcio, che racchiude in attimi eventi di ore.

Inutile fare un’analisi puntuale di una partita che, per molti tratti, è sembrata un trattato di non belligeranza, regola non scritta tra chi sa di passare il turno e vuole concedere l’onore delle armi a un avversario degno.

Da qui bisogna partire: nel doppio confronto, siamo stati avversario degno.

Un po’ come quel bambino bene educato che strappa alla severa madre dell’amico l’invito a un futuro pomeriggio di giochi con thé e biscotti.

Privi dell’ansia da prestazione, i nostri si sono slegati, ciascuno con i suoi limiti, su un formato di gioco europeo: fraseggio stretto puntuale e riconquista della palla sulle linee di passaggio, il vero fulcro, se si vuole competere a questi livelli.

La sorte ci è stata amicissima, proprio quando non serviva; questo deve far riflettere sulla reale portata del risultato, frutto di un combinato disposto irripetibile, come il salvataggio in “estirada” del Mohicano ossigenato, a proteggere questa inutile vittoria.

Le sensazioni ulteriori sono peraltro positive; la gamba di molti pare avere rinnovate energie, lo spirito, derivato dal linguaggio del corpo, nuovamente positivo, dopo le tristezze di Sassuolo e Genoa, passando per il Derby di andata della Coppitalia.

L’eliminazione è da accogliere con la contezza che il vero obiettivo sia la stella e che ogni ulteriore distrazione possa essere perniciosa.

Uscire a testa alta era un obiettivo che può dirsi raggiunto; critico Inzaghi quando la squadra fa male, lo elogio quando fa bene. Ha giocato secondo i patti non scritti di cui sopra, senza fare colpi di testa, conscio del fatto che questa partita fosse impossibile e che il vero Liverpool fosse rimasto, per un trattato stipulato con gli occhi, negli spogliatoi.

Servirà ben altro per giocare la Cenpion da protagonisti; a esser realisti ci sono cinque giocatori degni comunque di questo palcoscenico, agli altri regalerebbero un pallone ricordo con l’invito a non ripresentarsi, superflui i nomi, li conosciamo e li ripetiamo sino alla noia.

Guardiamo al mondo reale, servono otto vittorie, meglio nove, su undici partite; all’uomo con la riga in mezzo le decisioni corrette per arrivare all’impensabile. Liverpool una piccola, ma sincera, iniezione di carburante.