Le trasferte su questi terreni, sebbene popolati da pedatori di modesto lignaggio, risulta infide; il rettangolo più stretto, il manto erboso un po’ più folto e secco, nonché un campo per destinazione risicato nelle dimensioni rendono l’atmosfera ansiogena.

Il pallone trova resistenze diverse, i rimbalzi sono più alti, perciò prendere le misure non è semplice; si aggiunga una velata paura di sbagliare e l’andamento a singhiozzo del nostro fluire credo debba essere giustificato.

Si è sofferto per mancanza di risolutori; micce bagnate per i due attaccanti titolari, esplosive, per contro, quelle del Toro e del Frullator Lussuoso.

Gekko ed El Tucu continuano a raccordare ma sembra che tirare in porta non appartenga al loro repertorio; entrambi amano partire da lontano ma, per motivi diversi, nessuno dei due arriva all’appuntamento.

Ha risolto Super Marcy che ha stoccato di sinistro un triangolo lungo ponteggiato da Sant’D’Ambroeus, unico giocatore che sembra voglia vincere sul serio le partite.

Agli altri pare che la vittoria debba arrivare in braccio, per diritto acquisito; abbiamo così passato qualche brutto quarto d’ora, più per indolenza nostrana, che per reale merito di uno Spezia, ordinato e volitivo, nulla più.

Mi è parso in ripresa, perché più dedito all’amministrazione, il Turbinante Nicolino, mentre El Chala ha tessuto e filato un canovaccio troppo insipido nelle battute finali. El Panteron mi è risultato indecifrabile; spingere spinge, ma il prodotto finale ha il gusto posso del pane di tre giorni. In questo contesto Stanlio Perisic ha giocato col pilota automatico, salvo inventare un’imbucata fiammeggiante che El Toro ha sapientemente spondato nella zona inarrivabile anche per Zamora. Il trio di difesa non è riuscito a mantenere la porta immacolata; e dire che Handa aveva anche fatto il suo con due provvidenziali uscite.

Una vittoria doverosa e comoda a cui è mancato il nitore della manovra sciolta e la precisione nei sedici metri; per contro abbiamo fatto tre gol e non possiamo che gioirne.

Inzaghi è sembrato voler gestire anche con i cambi la partita, salvo inserire il Mohicano biondo che, al momento attuale, vale uno del pubblico e, con l’andar del tempo, anche meno. La fiducia di cui gode ha dell’inspiegabile.

Stanti i motivi modesti che questo incontro ha offerto, mi permetto una divagazione sulle serate di Champions; una su tutte la palla che Modric telecomanda d’esterno sul piede di Rodrygo, peraltro bravo a trasformarla di mezzo volo. Quella sfera racchiude l’essenza del centrocampista maestoso; rapidità di esecuzione e visione periferica al laser. Quando si vedono pezzi del genere e poi ci si imbatte nella bigiotteria del Mohicano, la malinconia assale lo scrivente e non si può che augurarsi tempi migliori; questi recheranno sofferenze per le dissipazioni pregresse. Non sarebbe più l’Inter. Avanti bauscioni, ne mancano poche.