I numerosi dissapori del “pueblo” nerazzurro di fronte all’agire di Donnandonio nel corso dell’incontro sono oggetto di riflessioni e di contorcimenti del pensiero. Particolarmente quando, nel secondo tempo più frequentemente, egli è costretto, da regole assurde, che travalicano gli stilemi del calcio classico, a variare – uso questo termine non a caso – la formazione scesa in campo.

Tutto nasce da un incipit che va conosciuto e che io, in veste di suo modesto agiografo, sono costretto a riportare. Cela quanto di più segreto ci sia nella famiglia Gonde, detto per pronuncia autoctona e per differenziarsi dal nefando omonimo al vertice di questa zattera chiamata Italia.

Il padre di Gonde, Cosimo, odiava Vanello; direte voi, chissà mai chi sarà questo Vanello.

Ve lo spiego io: Sandro Vanello, settore giovanile dell’Inter, viene ceduto in comproprietà all’Hellas Verona per farsi le ossa in provincia e, all’inizio del campionato 1968-1969, diviene il primo giocatore a subentrare nel corso della partita con il fatidico numero 13, proprio nell’incontro Napoli – Hellas Verona. Vanello, acerbo giovinastro, irruppe nella contesa come vero diversivo e, con sorpresa generale, fece pendere momentaneamente la bilancia in favore degli scaligeri al San Paolo di Napoli segnando un gol mirabolante dopo dieci minuti dal suo ingresso in campo. Da quel momento Cosimo, che aveva un autonoleggio ed era grandissimo appassionato di calcio, vide un potenziale tredici alla schedina svanire perché proprio su Napoli-Hellas Verona, aveva posizionato l’ “uno fisso” nel sistema che, come d’abitudine, amava giocare da solo nella tabaccheria prospiciente l’attività automobilistica. Il rimbalzare tra Ameri, Ciotti e Bortoluzzi acuì il dolore del povero Cosimo e il pareggio, per autorete di Petrelli su tiro dal limite di Montefusco, quasi allo scadere, suonò quasi come una beffa. Sfumò il tredici e, a parziale compensazione, anche il 12.

Fu una domenica triste e, per lenire quell’umore torvo, la signora Ada ebbe il modo di consolare il suo Cosimo come era uso fare di quei tempi, avari di distrazioni.

Così, con quello che oggi noi chiamiamo “inprinting”, nacque dopo nove mesi il piccolo Andonio, divenuto negli anni Donnandonio.

Le regole che permettevano il cambio del giocatore durante la partita erano proprio del ’68; una sorta di rivoluzione culturale, in un cosmo calcistico che voleva gli undici giungere alla meta, i calzoncini stracciati, le calze “alla cacaiola” per far trasudare l’acido lattico, le maglie sgangherate, i volti trasfigurati dalla fatica di terreni impervi, di palloni dal cuoio ruvido e da scarpe pesanti come putrelle.

Nei geni di Donnandonio quello era il vero calcio e quello rimane; l’evoluzione è trasformazione negativa di un meraviglioso passato. Un passato di rigidità e di rigore: il mantra di Donnandonio.

E qui si innesta il problema semantico.

Sovente, soprattutto in questi “bar sport elettronici” che sono le cosiddette chat (o chats, che dir si voglia), si leva l’inopportuno di turno che, animato da non si sa quale credenza, scrive: “Ma perché non cambia?”. Gli fa eco lo sfrontato: “Ma che due coglioni, che faccia questi cambi, ce ne sono cinque!”.

Potrei andare avanti all’infinito con questo vituperio. Cambiare, verbo della prima coniugazione, pare denso di significati lontani dal calcio granitico di Donnandonio.

Qui ci viene in soccorso l’etimologia che chiarisce, anche ai più gretti detrattori di Donnandonio, cosa significhi per il Nostro, far entrare un giocatore al posto di un altro.

Donnandonio non cambia ma sostituisce. Riporto per dovere il Dizionario Treccani: “Mettere una persona o una cosa al posto di un’altra: s. un giocatore con una riservas. truppe fresche a quelle già stanche e provate”.

Deriva dal latino substituĕre, propr. «mettere, porre sotto» (comp. di sub «sotto» e statuĕre «collocare»), il vero credo di Donnandonio.

Se, come i più avventati tra gli osservatori nerazzurri vorrebbero, si dovesse cambiare si andrebbe a finire lontanissimi dal credo del “conducator azul y negro”.

Già cambiare ha radice gallica e non latina; inoltre cambiare implica una serie di sinonimi emblematici: variare, invertire, rovesciare, mutare, trasformare o, addirittura, metamorfosare, per dirla con Kafka.

Quando si evoca il termine cambiare si evoca, nelle mente del Nostro, un gene ancestrale, impressogli proprio dal padre Cosimo che lo volle calciatore, risalente proprio a quel numero 13 che cambiò, non solo le sorti dell’incontro su cui Cosimo aveva l’”uno fisso”, ma anche l’intera storia del nostro calcio, portandolo da gioco “maschio” dei “nudi alla meta” a questo sport per donnicciole ove si amministra il minutaggio, si da uno spazio nei venti minuti finali. Non è un caso che Donnandonio, stimando Eriksen una mezza fighetta, gli conceda sempre dieci minuti a partita; il tempo che, nell’eroico football dell’ “undici-contro-undici”, era quello necessario per allacciare le scarpe intrise di fango o per recuperare il pallone nelle pozzanghere dietro le porte.

Donnandonio non cambia per indole e per decoro; casomai sostituisce, come un vecchio gattopardo della panchina, perché tutto rimanga esattamente come prima…che entrasse Vanello.