A ben pensarci, è alquanto strano che un episodio accaduto di fronte a quasi centomila persone venga praticamente rimosso, se poi appartiene alla sfera dello sport più popolare al mondo, allora vuol dire che fa parte di qualcosa di cui…non si doveva parlare. 
E invece, a casa nostra, intrisa di nerazzurro in ogni suo respiro, se ne parlava eccome, riguardava il campione che ci aveva preso per mano e portato sul tetto del mondo e, avendo io dieci anni, non c’era speranza che non mi si sarebbe piantata per sempre nella memoria.
E’ probabile che qualcuno di voi conosca questa storia, ma è talmente bislacca, Internata nella sua più profonda essenza , che val la pena raccontarla, magari ai più giovani, che non hanno avuto il privilegio di viverla in diretta.

Si parla di Luìs Suàrez Miramòntes, detto Luisìto, fenomenale tuttocampista  della Prima Grande Inter, unico Pallone d’Oro spagnolo della storia e giocatore di classe purissima, roba che oggi non se ne vede in giro, nemmeno col binocolo.
Gallego indomito e verace, nato di fronte al grande oceano di La Coruna e cresciuto calcisticamente nella locale compagine del Deportivo, viene acquistato a metà degli anni cinquanta dal Barça, ove già incanta il terzetto dei grandi magiari dai nomi quasi circensi : Zoltàn Czibor,  Sàndor Kocsis e Lazlo Kubala.

Sotto la guida del già magheggiante Helenio Herrera, il giovane Luìs trascina i blaugrana a vincere due scudetti, due Recòpa e tre Coppe delle Fiere, arrivando addirittura in finale di coppa dei campioni, persa per 2-3  di fronte al grande Benfica di Germano e Coluňa.
Qui la storia si fa più che nota,  Angelo Moratti porta a Milano il Mago che, a sua volta, chiede al presidente che, se veramente vuole vincere tutto, gli venga comprato il più grande giocatore europeo del tempo, Luisito Suàrez.
Per farlo, l’Angelino Petroliere sgancia 25 milioni di pèlas al Clùb Blaugrana – cifra semplicemente inaudita a quei tempi –  con i quali la società costruisce addirittura il terzo anello al Nou Camp ( allora si chiamava ancora così, in seguito  la smania autonomista l’ha girato “em  català”  )  portandone la capienza a quasi centomila posti.
E sono proprio quei centomila + 1, guarda caso il nostro Luisito, a diventare protagonisti del meraviglioso episodio.
Fine agosto 1965, la Grande Inter reduce dalla doppietta in coppa campioni rende visita al Barça in amichevole, presentandosi con la formazione tipo, quella che rispondeva alla cantilena più famosa della storia del calcio italiano e non: SartiBurgnichFacchetti-BedinGuarneriPicchi-JairMazzolaPeiròSuarezCorso.

“bons amics  els catalans, però si els traïu són dolors” , credo sia inutile tradurre, io da quelle parti ci vivo e il català è assai più simile ai dialetti cremonese e mantovano che all’austero castillano. 

I centomila del CampNou sono arrazzati come tori Gallardo.  Eh sì, i tifosi culès sono ancora ustionati nell’anima dall’addio improvviso del loro ex beniamino Luìs che, tra l’altro, negli anni di Herrera aveva soppiantato in cuor loro il trio magiàro.  Gli ungheresi ormai in declino, Luìs che la coppa con le orecchie l’ha vinta due volte di fila ma di nerazzurro vestito….. i  centomila si sentono amanti traditi  e lo sommergono di fischi sin dall’entrata sul terreno di gioco.

Passano i minuti e, innervosito dai fischi e dall’arbitro catalano che fa il dodicesimo per i Culés, Luigi  inizia e menare sodo e, ad ogni suo intervento, lo stadio esplode di fischi e urla belluine nei suoi confronti.
E’ la mezz’ora del primo tempo.  Quel popolo che a lui, Luìs Suàrez Miramòntes, avrebbe in realtà dovuto fare un monumento al posto di quell’apolide tripatria di Cristobàl Colòn, non lo lascia stare un minuto, non guarda neppure il gioco, si occupa solo di lui, per urlargli le peggio cose, fischiarlo e sbertucciarlo senza sosta.
Il nostro grande Luigi capisce che per essere un’amichevole, seppur di cartello, ha già dato troppo, a lui piace vincere le cose importanti, non gliene frega nulla di mettere gli scarpini bullonati per poi ridursi a bisticciare come galletti infoiati.

Trotterellando alla sua maniera prende la via degli spogliatoi senza neppure guardare la panca.
Però, prima di imbucare il tunnel, si ferma un attimo, si volta verso i centomila stronzi e, nello stadio più nuovo e più bollente del tempo,  rivolge a tutti loro la più bella e sfanculante “butifarra” della storia del calcio.

La “Butifarra” in spagnolo è un tipo di salsiccia, ma è anche il termine poblano per descrivere “el corte de manga” ovvero il classico gesto dell’ombrello all’italiana, alla Alberto Sordi per capirci, quello che il buon Luigi , in pochi anni da noi, aveva imparato benissimo e padroneggiava almeno quanto l’amato cuoio.
Siamo a metà degli anni sessanta, noi in pieno boom, loro, poveretti, ancora soffocati dal franchismo, il controllo della censura fascista è spietato, la Cataluňa, l’odiata “tierra de los rojos” resta una zona con “minima copertura”, quindi meno se ne parla, meglio è. 
Ma c’è un fotografo che non si fa scappare l’attimo, e immortala Luisito mentre serve una  “butifarra” imperiale alle orde Culès.

La notizia da noi non arriva per vie ufficiali, sui giornali non trova spazio nemmeno dopo la pagina dei cinema, qui la DC non vuole beghe, la Spagna sarà anche una spietata dittatura, ma è devota alla chiesa di Roma, meglio non dare risalto a queste cose, l’ideale è non parlarne proprio…..   
Ma la foto, a Milano, tra quelli che respirano aria Bauscia, arriva e inizia a girare……
E tra noi, giovani Interisti, Internati e Internandi, la storia della “butifarra” dell’immenso Luìs Suàrez Miramòntes, detto Luigi, diventa leggenda.

Hasta la Victoria, negro y azul