A vederli così, grazie ai primi piani televisivi, sembravano usciti da un videogioco. Alcuni tatuati in ogni dove, istoriati d’inchiostro indelebile per ogni centimetro quadro di pelle. Altri, con capigliature che nascondevano chissà quali retaggi tribali, orbitavano al fianco dei precedenti. Venuti da ogni dove, sembravano racchiudere le angosce degli apolidi alla ricerca di una specie di Graal che, nello specifico, si chiamava Cenpion Lig. Sebbene l’ambientazione rispettasse i canoni classici del calcio, il luogo – Tiraspol, capitale della Transnistria – poteva essere il panorama perfetto per inscrivere un nuovo Doom o una versione calcistica di Call of Duty.

In virtù di questa collocazione geografico-umorale, guarda caso, sono emersi trionfatori: il Durlindana, Super Super Marcy Brozo e il Mohicano Vidal. Il primo ha dardeggiato come ci ha abituato da tempo, impreziosendo la prestazione con una rete determinante e soave nella fattura.

Il secondo, non senza sorpresa, ha agito da vero interditore e da positivo promotore, con un uso sapiente del tomahawk, dissotterrato per l’occasione. Mulinare l’ascia è deterrente non da poco in questi contesti; il Mohicano conserva un pensiero calcistico, forse perché più regolare con i tassi alcolemici, di livello superiore. Tuttavia, essendo risicate le energie, non può percuotere in fase offensiva, ma molto ha fatto, questa sera, in quell’ambito mettendo agonismo e mestiere; è deficitario in copertura, mancando di dinamismo a ritroso, ma, andando per le spicce, aziona il ferro da stiro come pochi, passando immune anche nelle regioni dei cartellini gialli. In virtù di questa disposizione, l’avversario non prende quota, la squadra respira e tutto risulta talmente facile da far domandare: “Sogno o son desto?”.

Le tre perette rifilate nel videogioco ai transumanti della sfera rispondenti al nome di Sheriff sono, in aggiunta, risultato avaro, visti i bonus dissipati con sfregio. Denunciano, tuttavia, un benessere crescente e, spererei, meno illusorio. Per contro, ho sempre la sensazione che, sebbene in palese controllo, la partita possa sfuggire di mano in un attimo; la cazzata madornale sia a portata di piede e ognuno possa innescare quella miccia.

Quel che conforta è il potere del collettivo nell’annacquare le situazioni personali scadenti; ovvero, come l’insieme delle prestazioni, alla fine, mascheri le negatività che, se volessimo essere schizzinosi come solo gli interisti sanno essere, non sarebbero poche anche in una serata come questa che potremmo definire, per rimanere nell’ambito dei giochi, da tiro all’orso in un Luna Park d’antan.

Non si capisce come gli Sceriffi abbiano mansuefatto il Madrid ma tant’è; sono più disposto a pensare che la modestia dei Transnistriani adottivi abbia avuto un colpo di fortuna. Per converso, la crescita dei nostri mi pare tangibile e voglio credere a un rinnovato equilibrio che, prima o poi, trovi dei terminali offensivi degni di questo nome. Incassiamo il dovuto, diventiamo padroni del nostro destino e, stante la legge dei grandi numeri, apprestiamoci a vedere se infileremo la rete degli ucraini prossimi venturi, dopo tre zero a zero.

Prima però Milan e Napoli: lì si parrà di nostra nobilitate, come diceva il Sommo più di settecento anni fa.