Esimio Mam,
ho lasciato trascorrere un intero weekend per scrivere le mie solite belinate, chi mi conosce sa bene che a caldo tendo ad esagerare – nel bene e nel male – ed è quindi saggio attendere che le adrenaline si dissolvano con i consueti cicli di ricambio.
Mi sono addirittura dato la briga di rivedere l’intero primo tempo dell’Olimpico a distanza di 24 ore, proprio per capire se le meravigliose sensazioni di fine partita fossero appunto più indotte dalla normale biochimica del pensionato affetto da Interite acuta o avessero qualche effettiva connessione con la realtà.
Il risultato non è cambiato: pur con tutta la pacatezza possibile, ciò che ho visto sabato sera, nell’universo delle mie sessantennali esperienze visive in nerazzurro, fa parte di quelle da custodire come perle preziose.
Dalla fine dell’epopea della Grande Inter – dico primi anni settanta per tener nel canestro anche il sussulto finale dei vecchi leoni con lo scudo con sorpasso del 70/71 – la litania per noi Bauscia da parte della stampa sportiva è stata più o meno la medesima, i titoli, questi benedetti titoli, erano sempre gli stessi:  Inter squadra balzana, capace di imprese al limite dell’impossibile ma mediamente priva dell’idea del “bel gioco”.
Dall’altra parte tutta un’altra musica, i titoli, questi benedetti titoli, sempre gli stessi: bbilan con il bel gioco nel dna, sempre, comunque, dovunque, anche quando, in tutta onestà, questi titoli erano blasfemìa pura.

Anche questa stagione è partita con la medesima nenia: 
loro, i casciavid, belli, giovani, educati, ariosi, gioiosi, addirittura spiritosi e pur sempre rispettosi dell’etica e della società costruita con serietà e meneghina laboriosità e blablabla….. 
noi, ciurma di legionari irregolari, vittime dell’ineluttabilità di un declino repentino indotto dall’illusione di poter resistere al saccheggio estivo cinese in cerca di dobloni, abbandonati dagli unici veramente forti, da Donnandonio, eletto nuovamente a Dio appena fuori dai maroni, dall’Ercole d’Ebano Mobilia Lukakone, da Speedy BeepBeep Hakimi, gazzella imprendibile e, come non bastasse, dall’algido pinguino danese, diventato per tutti gli scribacchini meglio di Maradona esattamente da un minuto dopo il terribile attacco cardiaco in campo agli europei.
Al loro posto un piacentino spiazente, un turco con cognome da briscola scartato in malo modo da quelli del “bel gioco”, un anziano bomber bosniaco ormai artritico e demotivato e un disarticolato olandese delle colonie che non vale un’oncia dell’esplosivo magrebino.  Ma che speranza abbiamo noi? diceva la canzone anni sessanta, mah forse un saltino a Medjugorie…?.

Succede invece che, di partita in partita, vediamo salire l’amaro in bocca del cronista medio  ( Marchegiani, più “medio” di lui non c’è nessuno ) in modo direttamente proporzionale ai numeri basilari del froebi, quelli che da quando il mondo è mondo ne fanno il giuoco più bello dell’universo.
Inter prima nei tiri a rete, prima in quelli nello specchio, prima nei gol fatti, primi negli assist, nei cross dal fondo, nei passaggi vincenti, nei corner, negli uomini portati dentro l’area avversaria nelle azioni d’attacco……
E poi primi come kilometri percorsi, come recuperi senza palla, come contrasti vinti, come raddoppi ed intercetti……
Pur riconoscendo che la Rometta di sabato era ben poca cosa tra assenze e Mourinite Inversa, non si può negare che noi, lo stesso identico tourbillòn l’abbiamo fatto più o meno con tutte le avversarie, sì, anche a soprattutto in occasione dell’unica sconfitta stagionale, contro quella Lazio che, esistesse giustizia calcistica, avrebbe dovuto essere sotto di quattro dopo meno di un’ora.
Sabato sera i ragazzi hanno marcato il secondo gol con un azione che andrebbe fatta vedere nelle scuole calcio a partire dai pulcini:
22 passaggi consecutivi con il pallone toccato da 10 giocatori diversi – tutti escluso Handa – facendo ballare gli avversari per più di un minuto non con il solito torello in un fazzoletto da futbòl sala di iberica memoria, bensì in una dimensione di campo assolutamente inaudita, quasi 350 metri di sviluppo in corsa del pallone senza mai fermarsi, per concludere in gol con il giocatore che aveva dato il là alle danze sull’out opposto, dopo un doppio triangolo veloce in the box mentre cinque di quelli che avevano partecipato alla rumba avevano già aggredito l’area come tarantolati…
E voi, che titolo dareste ad un spettacolo come questo?
Certo, sto coi piedi a terra, conosco a memoria le bizze euclidee della Dea Eupalla, nelle due partite precedenti abbiamo dovuto fare esattamente 58 tiri verso la porta perchè ne entrassero la miseria di 4, due dei quali su penalty, quindi non faccio voli pindarici, me ne guardo bene, faccio come l’anno scorso, vivo alla giornata.

Ma ciò che abbiamo visto sabato sera, proprio perchè incorniciato tra le meraviglie dei Sette Colli, calcisticamente può avere un solo titolo: La Grande Bellezza

ad majora
Cecio