Il fascino della Cenpion Lig e la nebbia milanese, che cercava di imporsi nel catino calcistico più bello del mondo, rimandavano a fasti del passato; in tutte le chat circolava insistente il miracolo degli anni sessanta, quasi a voler esorcizzare una realtà che, conti alla mano, ci avrebbe dato speranze esigue di portare a casa la ghirba. “Sull’erba morta, con il freddo che fa qui”, avrebbe sentenziato Roberto Vecchioni, le illusioni si sono alimentate, fors’anche oltre i nostri reali meriti e le nostre modeste qualità; rimango dell’idea che, essendo meno sfortunati e imprecisi, avremmo potuto anche marcare. Sono peraltro convinto che i gol li avremmo presi comunque, magari in altri modi, e la contesa non ci avrebbe consentito che il pareggio; un risultato insipido a questi livelli, buono solo per procrastinare l’agonia.

Il campo parla spesso più dei numeri, il linguaggio del corpo tra i contendenti fa comprendere meglio quali siano le derive dell’incontro; il calcio di questo livello è studio, attesa, transizione per quasi un’ora.

Poi, quando scocca il settantesimo, si gioca una nuova partita ove la qualità emerge; non essere pronti a quell’ora significa soccombere.

Non sempre si può esserlo, per evidenti limiti tecnici, oppure per limiti fisici cui l’avversario, tecnicamente meglio assortito, ti ha costretto.

E cito un episodio nascosto che, però, mi ha dato la cifra tecnica indubitabile della contesa di questa sera.

Abbiamo avuto due splendide fiammate, di una decina di minuti l’una; nel primo tempo El Chala, senza dubbio tra i migliori dei nostri, ha timbrato la traversa da posizione invidiabile, mentre nel secondo tempo, tra il 55 e il 65, quando abbiamo costretto nei propri sedici metri gli uomini provenienti dal Merseyside.

Al termine di un’azione insistita, culminata con un calcio d’angolo in nostro favore, ho visto Perisic, altro baluardo tecnico di quest’Inter, andare in franco debito d’ossigeno, piegato in due con le mani sulle ginocchia.

Era una sorta di resa; una sottile implorazione a non chiedere oltre.

Fino a quel momento, Handa aveva guardato palloni vagare, Skri e Basto avevano sterilizzato il terribile tridente rosso, De Vrij, forse confuso da un colpo in testa, aveva tenuto le fila, pur senza brillare. A centrocampo, come detto, la corsia di sinistra aveva beneficiato di un Chala in versione deluxe e di un Perisic, costante propulsore.

Aveva masticato palloni senza molto fosforo Brozo, era parso meno peggio del solito il Mohicano, si era lanciato con entusiasmo pari all’imprecisione el Panteron. Gekko aveva raccordato palloni, avendo peraltro in Van Dijk cliente poco raccomandabile, ed El Manzito aveva vagato in cerca di un destino che, anche questa maledetta sera, sembrava non appartenergli più.

Poi si è giunti a quello che, mutuandolo dall’astronomia, si può ben definire come l’orizzonte degli eventi; le leggi calcistiche che si impongono dal settantesimo in avanti sembrano avere una costituzione diversa, le energie sembrano appartenere a una sfera dal propellente differente, l’orchestrazione, necessariamente di prima o a due tocchi, diviene patrimonio di chi, da tempo, mastica quel vangelo o ne ha scritto addirittura delle pagine.

L’aver giocato senza ansie, pur avendo accusato delle difficoltà, convinti di poter incidere in qualunque momento dell’incontro, determina nella formazione che è proprietaria di questa indispensabile qualità una convinzione che, per contro, chi linguisticamente non è attrezzato per questi palcoscenici, non possiede e, probabilmente, non possiederà mai, stanti questi gli attori.

La prova?

Drammaticamente semplice; incassato il gol ai confini del nostro momento migliore, non siamo stati capaci di argomentare neppure lontanamente nei modi che avevamo sino a quel momento impiegato.

Anche qui il linguaggio del corpo mi ha dato l’inequivocabile risposta: due uomini sul primo palo piegati a metà nell’attesa del corner, incapaci di comprendere in anticipo il gesto, peraltro bello, di Firmino.

La marmorea e amimica reazione di Inzaghi la conferma che la misura era definitivamente colma; il resto sarebbe stato questione di minuti.

Sapevamo già di questo destino, lo svolgimento curato da un’Inter assai valida per dinamismo e per capacità di offendere, sebbene a tratti arruffata, ci aveva illuso; il nuovo esperanto calcistico, che si recita dal settantesimo in avanti, particolarmente in Cenpion, non ci appartiene. Abbiamo troppe necessità inevase: il portiere e un risolutore su tutto. L’assetto di squadra è discreto ma avaro in ricambi consistenti a centrocampo, dobbiamo sperare che gli esterni si confermino.

Da ultimo un pensiero per Inzaghi; l’uomo con la riga in mezzo ha parlato, col corpo, come detto, in modo inequivocabile quando Firmino, subentrante, ha insaccato con spizzata sul primo palo dopo corner. Immobile.

Un uomo senza alternative originali; nel Derby fu criticato per i cambi, qui ha cambiato quando diversi erano già scaduti come degli yogurt.

L’accettazione di una resa senza condizioni; un sordo armistizio per uscire con l’onore delle armi.

Certamente non poteva con il Durlindana in confusione e un ragioniere in pensione come il Mohicano supportare un ispirato Chala e fronteggiare l’assalto cibernetico degli uomini di Klopp; spaiare le carte o trovare un forcing alternativo, quantitativamente parlando, sarebbero stati più gradevoli da vedere e, forse, non avrebbero generato questo sconforto finale. Ma sono ragionamenti da salotto, buoni per discutere, con un sigaro e del rum, davanti a un immaginario camino, con il fare annoiato di chi ha solo la preoccupazione di tirar sera.

Il prode Simone ci ha portati sin qui senza invenzioni, ci tradurrà oltre, con questa sintassi elementare, speriamo efficace nella Padania; andare al di là delle Alpi non ci riguarderà più. Lì sarà un problema dei cinesi e di Marotta.

Game Over e non sarà una disgrazia.