Tarcisio Burgnich

Dopo Combi-Rosetta-Caligaris e Bacigalupo-Ballarin-Maroso, giocheranno insieme – chissà dove – Sarti-Burgnich-Facchetti; una cantilena che appartiene alla nostra gioventù interista, a un calcio pane e salame, domenicale, nebbioso o afoso; diverso.

Roccia, o Ferro da stiro, aveva nell’onomatopea le stimmate del difensore d’acciaio; le origini friulane cementavano quella sua bonaria aggressività. La randellata del Tarci era sempre a fin di bene, dissuasiva più che malevola. Veniva dalle terre dove il limo del Tagliamento e dell’Isonzo avevano sedimentato una civiltà dedita alla cura campestre, zone piatte dove l’orizzonte era sempre occultato o dalle nebbie o da “lis panolis”, il granoturco di settembre. Ruda era landa dove i veneziani e i barbari si davano convegno per saccheggi e razzie su popoli che, mesti, figliavano nella speranza di lasciare radici. Burgnich le aveva nel suo gioco, nascosto ma energico, spesso insuperabile. Nella difesa, che rese immortale la grande Inter, a lui toccava la seconda punta, ovvero l’undici avversario; raramente scappava, la roccia respingeva, inesorabile, quei tentativi di onde che l’agitarsi avversario provocava. Lo ricordo incornare, anomalo, in un Italia-Austria 1-0, mentre stavo seduto di fianco a mio padre, in un giorno di giugno, stranamente piovoso, prima della sventurata campagna d’Inghilterra.

Era la prima volta che vedevo la Nazionale dal vivo e il fatto insolito di quel gol siglato da un difensore mi aveva colpito. Come avrà mai fatto il Tarci a essere là, mi domandavo.

Burgnich, nel suo essere roccia, era anche un paradigma nel fare quotidiano di noi aspiranti conquistatori, carichi di ormoni: “Ti piace quella bionda? Ma se ha due cosce che sembra Burgnich!”. Era la frase lapidaria per sconfiggere il pretendente prima che imbastisse il minimo attacco.

È singolare come il destino presenti le sue cambiali in giorni particolari; esattamente cinquant’anni fa ci lasciava Picchi, l’ineguagliato capitano dell’Inter mondiale, in questi giorni, con la stessa scadenza, Burgnich e Facchetti festeggiavano lo scudetto del ‘71 con i residui di quella grande Inter, essendo Tarcisio arretrato a ricoprire il ruolo che era dell’Armando.

L’uomo di Ruda è stato emblema del difensivismo nazionale, muro esasperato eretto per resistere indefinitamente agli assalti degli invasori, nostrani o forestieri che fossero.

In questo, fu iconico il suo disperato salto nel cercar di limitare uno dei più grandi, Pelé, stadio Azteca di Città del Messico, nella sfida che aggiudicò la coppa Rimet. Ma lì ci si era arrivati anche per lui che, nella partita del secolo, Italia-Germania 4-3, incastrò, insospettato, il gol del 2-2 che ci rianimò. Emblematica la sua risposta ai giornalisti, in cerca di emozioni, nel dopopartita: “Burgnich ci descriva il suo gol?”. Lui, ieratico, si espresse: “Ero in area, è arrivata la palla, ho chiuso gli occhi e ho tirato.”

La roccia nerazzurra ha chiuso gli occhi per sempre, ma nei nostri occhi rimarranno impresse le lotte con affamati avversari ridotti all’inedia dal silenzioso friulano.