Da goloso, ho sempre amato la meringa per il suo verso giusto: un sapore intenso ma vacuo nel contenuto, una quantità di dolce che porterebbe all’ingordigia, associata al piacere stucchevole di non averne più bisogno. Les Merengues calcistiche mi procurano analogo disagio, essendo il nostro destino perennemente perdente, quasi che Vienna 1964 fosse un dazio inestinguibile.

Così è stato ieri, come spesso in passato, con un Inter volonterosa punita, si dice in modo beffardo, quando la messa sembrava finita.

Un film già visto, un copione scontato, recitato con un fare pulito e, come tale, privo di emozioni autentiche. Non vorrei apparire ingeneroso ma ­– quando scorrevano i minuti dal 30 al 40 del primo tempo, con un Meazza colmo di richiami guerrieri – la squadra ha esposto la sua cifra e il destino mi è parso ineluttabile. Un avversario, sino a quel momento più che sommesso, adagiato, con fare indolente, alle corde, in attesa di sventare un risolutivo k.o., meritava la soluzione estrema. Non siamo stati capaci di infliggerla e, per le note leggi calcistiche, abbiamo pagato il giusto pegno.

Mi riservavo una visione dal vivo per riaggiustare il giudizio televisivo e, purtroppo, le crepe viste a video mi sono sembrate voragini a San Siro.

Dal vivo si annusano gli umori, si scoprono lati non inquadrati, si percepiscono velocità e ritmi, si comprende quanto una squadra può recitare sé stessa.

Il palcoscenico è stato fedele alla verità, come sempre.

Lascerò il pettinato Inzaghi per ultimo.

Di Handa ho apprezzato la voglia di esserci, prodigiosa oltre l’inutilità l’uscita a pugni chiusi, il bollo inconfondibile di chi, ormai, non ha più nulla da spendere tra i pali; vedere il proprio portiere guardare, impotente, ogni tiro è disagio che lascerei volentieri ad altri. Siamo senza portiere, se preferite, col portiere volante, come ai giardinetti.

Il Basto ha lasciato trapelare le ruggini dell’infortunio e, fin qui, cerco di illudermi; ha “bastonato” ed è stato uccellato da Rodry nell’unico momento importante dell’incontro. Non un titolo di merito.

Skri e l’Olandesina hanno retto la baracca da soli, finendo alla cappa nella mareggiata finale, soluzione legittima per chi deve arginare in solitudine il fronte offensivo avversario.

È stato monumentale Super Marcy; il Durlindana ha fatto tesoro del detto “chi fa sa sé fa per tre” e così ha fatto sino a che i polmoni hanno retto. Dai compagni di congrega ha avuto poco: Turbinante Nicolino, decentrato forse per volontà tecnica, è stato monocorde sulla corsia di mezzo destra. Ha centrato un paio di palloni qualitativi ma ha subito i corpo a corpo madridisti e si è affievolito alla distanza senza incastrare nulla di memorabile in una prestazione che va fotocopiando uno stile da abbandonare. Ciapanoglu ha presentato per la terza volta consecutiva il lato oscuro della sua medaglia; ha preso il posto dell’Enigma di Odense e nasconde lui stesso dati contorti. Quella che ha portato al mercato è mercanzia di dubbio gusto, infarcita da rade stoffe di pregio che bisogna essere molto bravi a scovare. I quattro esterni, in forme diverse, non sono riusciti a farne due buoni. Stanlio è quello, Darmian pure, Dimarco era emozionato e Dumfries mi è parso un “simil-veloce” dal passo anche incerto. Vecino ha agito da flipper, inutile, mentre il Mohicano, qualora ce ne fosse bisogno, ha mostrato la sua essenza di ex-giocatore, sventando calcio in ogni parte del campo, dannoso in attacco e nocivo in difesa. Una colpa grave solo prenderlo in considerazione nelle contese di questo lignaggio.

Arriviamo all’offensiva. Il trio che ruota, con stantia consuetudine, nelle lande del nostro attacco è formato da Gekko, El Torito ed El Tucu. Bisogna scegliere la combinazione corretta: Ge-To, Ge-Tu, To-Tu….

Ora, posto che la Lu-La sarà irripetibile, bisogna analizzare con freddezza quale delle tre potrebbe funzionare al meglio, sancito il fatto, non irrilevante, che la Ge-To non pare avere le stimmate del matrimonio perfetto. Poco dialogo, divisione dell’area approssimativa e efficacia offensiva modesta. La colpa, vista in modo imponente ieri, è soprattutto di Gekko, zio in pensione del centravanti romanista. Mi ha ricordato il Batistuta sfinito che ci rifilarono in un mercato di riparazione; constatazione tristemente drammatica, sulla quale spero di ricredermi.

El Torito visto ieri ha qualche gene da fuoriclasse; manca tuttavia della capacità di impossessarsi dell’incontro, non ha il furore di chi decide che può risolvere la partita, non ha quella scintilla demoniaca che consente di applicare la giustizia sommaria necessaria in queste sfide giocate sul filo del rasoio. Se centri il portiere non sei sfortunato….ingenerosamente “Te set minga bun!”

El Tucu ha illuminato Verona, poi, chiamato a recitare analoga commedia, ha steccato; poco puoi fare nei contesti dell’incontro ove tutta la tua compagine è, come si dice tra cavallari, “in bolletta dura”. Correa non ha e non avrà mai quell’energia pur avendo una presenza fisica non indifferente. Costruire diciassette azioni offensive valide e non segnare un gol è colpa grave, indipendentemente da Curtois che ieri ha parato il parabile con ottimo riflesso ma nulla di più.

L’assortimento dell’attacco diventa quindi il primo cardine su cui l’allenatore potrebbe incidere, da qui la disamina che coinvolge il pettinato Inzaghi.

L’uomo sta calcando il primo palcoscenico scottante, sancito che solo Inter, Milan e JMS sono di questa risma. Lo ha fatto, per quello che ho potuto vedere, in modo standardizzato: con la riga in mezzo, come ama addobbarsi. Non un’intuizione, non una variazione sul tema. Ne è sortita una squadra ordinata per un po’ e poi cadente, quasi senza nerbo, in un attimo dell’incontro ove sarebbe bastata una densità più attenta negli ultimi sedici metri per finire con un indolore zero a zero. Il gioco palla a terra del primo tempo è stato a tratti piacevole ma, come la meringa, stucchevole. Il perenne affanno del centrocampo riduce all’asfissia Super Marcy e la difesa i quali, alla lunga, soccombono. Ho annotato recuperi palla solo in prossimità della nostra area, luogo troppo distante per imbastire un rovesciamento di fronte che porti pericolo. Quando siamo andati in sventurati contropiede le forze sono sempre state minoritarie, segno che: o manca l’energia fisicamente, perché la dura preparazione ha ancora delle scorie, o, peggio, non c’è fiducia.

Immettere forze fresche con il nome del Mohicano nel momento in cui tutti sanno essere nevralgico negli incontri del calcio moderno, ovvero la seconda metà del secondo tempo, fa dubitare dell’acume dell’uomo di San Nicolò di Rottofreno (PC). Non è in caso che Ancelotti abbia tenuto due frecce per la fase finale e abbia avuto l’occasione, puntualmente sfruttata.

Non dimostra ingegno diverso quando valuta l’attuale Gekko come perno insostituibile dell’attacco.

Servirebbe qualche alzata d’intelletto ma la riga in mezzo è simbolo di uno standard classico al limite del “demodé”.

Il voluminoso silenzio che ha accompagnato la fine della contesa ha spiegato tutto; l’applauso lenitivo raccolto dai “generosi ma sfortunati” ha sancito, qualora ce ne fosse bisogno, che l’illusione europea tale deve rimanere. I due aggettivi di cui sopra fanno a pugni con vittoria, l’unico sostantivo che vale nell’esigente Cenpion Lig.