Così scrissi quando eravamo segregati dal virus, divertendomi a dipingere squadre improbabili formate da giocatori affini per qualità. Lo inserii nell’Inter “Genio e Sregolatezza”, ovviamente attribuendo a lui le caratteristiche del primo, dimenticando volutamente il secondo.

“…. Il genio e la sregolatezza hanno prosperato nel nostro giardino a strisce nero-blu, un luogo dove le altalene sono state la regola. Entrambe le categorie sono state rappresentate in misure ampie; genio fine a sé stesso, sregolatezza nociva, avvilente o divertente. Oppure straordinarie miscele, vertici supremi e cadute letali; quante volte, con facce nostrane o con stranieri di indole diversa, abbiamo provato le conseguenze di questi due estremi. Siamo addirittura orgogliosi di rinchiudere, nel nostro peculiare “carillon”, la bellezza della vittoria spettacolare e la perfidia della sconfitta umiliante, non avendo, peraltro, mai provato quella assoluta, la serie B.

Nel grande bestiario interista non sempre è facile allocare con precisione alcune tipologie di genio, contemplando la figura queste oscillazioni. Il genio viaggia spesso su una linea di confine tra il razionale e l’irrazionale. Il genio è pazzo, come tale pronto a provare l’impossibile. Il genio ha doti non misurabili, contiene un algoritmo sconosciuto agli umani; vive su una lama di rasoio e sa come camminarci sopra. Noi modesti finiremmo affettati.

Intorno a questa categoria esistono poi gli originali, dotati di una genialità strana; nel loro irridente folklore contengono un’eccentricità pervasiva che li rende simpatici. A loro perdoniamo tutto, lo svarione il loro marchio di fabbrica, offuscato da quel portamento spavaldo che ti prende in giro, quasi a dirti: “Pensavi fossi stato io, ma non è vero…era un altro, simile a me, ma non ero io… fidati!”

È una genia straordinaria, a cui non puoi non voler bene (fino a un certo punto), di cui dimenticherai tutto il male perché lo sberleffo, che più volte ti hanno imposto, era di qualità sublime.

Così nasce la squadra genio e sregolatezza; ingredienti non necessariamente uniti nell’unico calciatore.”

Tra loro, Mario Corso.

“El giuga al’ombra” era l’avvilito commento dei giorni negligenti; Mario, Mandrake, piede sinistro di Dio, sceglieva quell’area sempre più vasta che il vecchio San Siro concedeva negli incontri pomeridiani, proprio nell’out di sinistra, verso la porta opposta all’ingresso in campo.

Il calzettone abbassato, un sinistro irridente nel breve, beffardo nel calciare, quasi mai forte, chirurgico e millimetrico nella destinazione della boccia.

Fu espressione anomala e unica di football; incisivo nei momenti nevralgici, segno che il talento centellinato può essere espressione di genialità. Delle sue magie si potrebbero riempire libri, ne ricorderò due, nascoste, ma non per questo meno significative. Inter-Liverpool, la partita della rimonta. Bisogna fare tre gol: la sua “foglia morta” per aprire le marcature alla prima occasione propizia, il piccolo furto di Peirò (un ricordo per quel Mac Rooney in calzoncini) e…secondo tempo.

Il terzo gol è l’essenza dell’Inter herreriana: forse Guarneri cede a Bedin che controlla e spinge verso Mazzola, appena oltre il cerchio di centrocampo. Questi elude un intervento inglese e smista verso Corso. Nel mentre è partito Facchetti, meravigliosa anomalia fluidificante, con destinazione lunetta dell’area. Qui esce il genio di Corso: nell’atto di ricevere il servizio di Mazzola, intuite le movenze del Cipe, va a colpire, lieve ma deciso, la sfera d’esterno sinistro, gesto proibito a tutti i mortali, che restituisce il cuoio bianco e nero provvisto di un effetto e una calibrazione perfetti, idoneo per essere controllato e calciato a botta sicura. È il 30 risolutivo. Allego collegamento You_Tube perché ogni descrizione sarebbe avara di fronte a tanta semplice, ma divina, bellezza.

https://www.youtube.com/watch?v=Y4HSEhwrhh8&t=193s

Primi anni ottanta; sfida di vecchie glorie milanesi (Inter + Milan) credo con analoghi genovesi (Genoa + Samp). È calcio d’accademia; azione al limite, triangolo che metterebbe Mario di fronte a due difensori, finta per andare incontro al pallone, lascia scorrere, i difensori elusi, e, sull’uscita “a valanga” del portiere, colpisce sotto…. la palla sormonta l’estremo e, con velocità indefinibilmente lenta, finisce la corsa vicinissima al palo fermandosi solo a baciare la rete. Immobile. Sento un urlo feroce dietro di me. “Marioooooo”; è un signore che avrà avuto l’età di mio padre in quegli anni. Prende un attimo di fiato, alza le braccia al cielo. E piange.