La sfida al Maradona era stata dipinta come epocale; un incontro decisivo, che sarebbe valso il campionato.

Analizzando freddamente le premesse, la sconfitta avrebbe avuto risvolti negativi per entrambe: la fine dell’illusione partenopea oppure l’innesco di una crisi mediatica per l’Inter.

Quando questi sono gli antipasti, le pietanze non possono che rispettarne la qualità; c’è stato calcio avaro e tremebondo per entrambe. Qualche lampo, i brividi sono rimasti al Festival di Sanremo.

Colpita a freddo da una grave ingenuità di De Vrij, esempio preclaro della deriva autolesionistica che anima questa sponda di Milano, l’Inter ha articolato una controreplica che ha avuto l’unico merito di smorzare lievemente l’entusiasmo del Napoli. Si è scivolati alla fine del tempo, con il Napoli in saldo controllo e una sorta di trattato di non belligeranza che Gekko ha subito stracciato al primo giro d’orologio della ripresa.

Lì i contendenti si sono seduti a un metaforico tavolo, vuoi per l’esattezza del risultato, vuoi per la palese stanchezza, mentale più che fisica, accumulata in una settimana di lacerante attesa, con in mezzo la Coppa Italia.

Fossimo stati nella boxe degli anni sessanta, il no contest, che sapeva di combine, avrebbe fotografato alla perfezione questo incontro.

Handa ha ritrovato spunti miracolistici, De Vrij ha certificato la cattiva forma, Skri ha fatto il suo e il giovin Dimarco, pur essendo rivedibile a ritroso, ha mostrato bella gamba in avanti, non venendo premiato a dovere da rantolanti compagni.

Il centrocampo è stato il vero sconfitto della serata: Brozo ha girato molto, come da indole, ma sembra rallentare, ogni giorno di più, il suo ritmo.

I suoi dioscuri hanno offerto spettacolo da rivista di quart’ordine; el Chala perennemente annodato e incapace di fornire fosforo, il Turbinante, come sempre corridore senza soluzioni. Credo abbia spedito un pallone fuori dallo stadio cercando l’eurogol.

Perisic ed El Panteron, per contro, hanno sostenuto la manovra; il primo è l’unico giocatore che, attualmente, sappia esprimere volume e, non di rado, qualità. Il secondo si è reso protagonista di sfondamenti dal sapore rugbistico e, in quanto tali, li ha conclusi sciabattando quando chiamato a risolvere.

Scendendo progressivamente negli inferi del giudizio, abbiamo incontrato Gekko, abile a sfruttare una carambola innescata da una sua mesta ciccata sul cross – in quanto unico – del Manzito.

Per il resto ha divagato con dubbie fortune e il raccolto è stato misero; tuttavia, dobbiamo ringraziarlo per aver raschiato il fondo del barile.

Come detto, nell’azione del gol, ha messo centro vellutato el Manzito Martinez; è l’unica cosa calcisticamente degna che ci ha concesso. Un atteggiamento da vinto che appare inspiegabile in questa fase della stagione; nell’azione in cui porta Dum Dum a contatto con Ospina, sul calar del primo tempo, un peccato mortale che non segua la stessa in area, roba da calcio di periferia. Un dazio che sta diventando supplizio.

Il Frullator Lussuoso ha ingarbugliato un finale senza passione, il Mohicano ha dispensato calci come solo lui sa fare e D’Ambro ha avuto solo il recupero.

Sebbene ammantata da spasmodiche attese questa era una partita come tante altre; solo una visione priva di lungimiranza poteva far dipendere tutto da essa.

Nella realtà il target rimane quello degli 86/87 punti, che saranno raggiungibili vincendo 10/11 partite da qui in avanti e pareggiandone un paio. Ci starà anche una sconfitta o forse due.

Il ruolo di Inzaghi sarà ingrato perché dovrà dilavare dalle menti di ogni nerazzurro quel senso di sfiducia reciproca che, lentamente, sta incrostando i singoli pedatori.

In effetti sono tutti film già visti, reiterando ciascuno errori evidenti con una consuetudine preoccupante.

Non si può che vivere giorno per giorno: la conta parte da undici per arrivare a zero, quando saremo lì vicino vedremo cosa succederà.