Esimio Mam,
atmosfera insolita, ovattata, sin dai primi minuti, sembrava che i ventidue stessero annusando i nuvoloni neri in arrivo sul pianeta froebi, come in un gioco sospeso, contratto, 
una sorta di  “vorrei tanto ma, mi scusi, al momento non me la sento”.
Mancava solo la musichetta in sottofondo, tipo la cover scadente di Burt Bacharach che si sentiva in ascensore, alla Rinascente, negli anni settanta.
Risultato scritto, frutto più del non farsi male che del voler osare, impossibile o forse inutile per me una disamina tecnica, pareggio doveva essere, pareggio è stato.
Abbiamo preso gol per un incidente – capita, anche nelle migliori famiglie – e abbiamo pareggiato appena abbiamo voluto, dimostrando, e ciò mi inorgoglisce, una fiducia nei 
nostri mezzi e un’oggettiva capacità d’impatto che non vedevo da più di due lustri.
Ma è un dopopartita dimesso, amaro, ritmato sulle notizie che arrivano dal fronte.
La battaglia è nota, i 12 Cavalieri del Rosso Profondo che si coalizzano contro i grigi funzionari del Politburo Pallonaro, rei di mangiarsi le scorte di grano e non permettere al 
Dio Mercato di fare il suo corso.
Detta così sembra facile, chi di noi, in una saga a puntate, non parteggerebbe per i ribelli, quando le descrizioni che ci arrivano del potere centrale sono di una massa di mangiapane 
a tradimento che lucrano voraci sulle fatiche degli attori in campo?
No, non è facile ragazzi, è tutto tranne che facile.
Sarà che ormai sono fuori mercato, ma per un anziano pensionato innamorato del pallone, che è partito considerando esotica la riga bianca della pancera che si intravedeva tra maglia 
e pantaloncini di Aristide Guarneri ed è arrivato a vedere i propri eroi agghindati come quelli della risposta di Agrate al Carnevale di Viareggio, la proposta dei ribelli sembra un’emerita vaccata.
Dove sta scritto che chi ama il calcio non vuole vedere Inter-Verona o si annoia in un Cremonese-Inter con la nebbia? 
Io sono cresciuto ammirando di persona la SPAL di Oscar Massei, il Brescia di Bruells e De Paoli, il Modena di Jorge Toro e Rube Merighi….. 
Sono quelle facce lì, quella maglie lì, che mi hanno fatto innamorare del pallone, che mi hanno appassionato al pensiero che, un mesto pareggio per noi equivaleva a una festa nei bar di 
Vicenza o di Perugia, con le foto della trasferta appese sulla parete della sala biliardo ancora oggi, a distanza di trent’anni.
Certo, sono di parte, la considerazione che ho di Ebete Monociglio è paragonabile a quella che un appassionato di Mozart avrebbe per i Pooh.
Il rampollo peloso è membro di una famiglia calcisticamente indegna, ladra,  corruttrice ed impunita
Ogni sua proposta ha la credibilità di un miniassegno da 200 Lire degli anni ‘80 e per me, antirubentino viscerale e sospettoso, la tempistica di questa uscita produce a lui anche il doppio effetto 
collaterale benefico di rovinare a noi la festa di fine campionato e di togliere attenzione sul loro fallimento.
Sia chiaro, mi guardo bene dall’ignorare o sottovalutare il mercato e le sue leggi, ci mancherebbe, ci ho lavorato per quarantasei anni nel e con il mercato.
Mi da solo un fastidio enorme che quello che resta del gioco più bello del mondo finisca nelle mani di quattro finti moschettieri, indebitati come l’Argentina e falsi come il parmigiano PalmaLeggio, 
che se ne fottono altamente del fatto che sia uno sport di tutti e vogliono esclusivamente fare ancora più debiti di quelli che hanno.
E il fatto che in questo piccolo plotone di bracconieri senza morale ci siano anche i padroni dell’Inter mi indigna.
Sono onesto, mai sentita, in 60 anni di Interismo acuto, una distanza così forte dalla proprietà come in questi giorni.

Hasta luego, Presidente