I presagi c’erano tutti, ma nessuno ci voleva credere; purtroppo oggi dobbiamo pensare diversamente e sperare che febbraio finisca presto.

Forse l’aria di primavera ci farà tornare in vita ma, dopo lo spettacolo di questa sera, sono sempre meno fiducioso.

Troppe le occasioni sprecate per mettere fine a un campionato che, nei fatti, poteva ampiamente essere alla nostra portata; per contro, è innegabile, manchiamo della qualità ultima, quella dote che si sprigiona inconsciamente in chi ha lo spirito e la classe per decidere il verso delle partite.

Troppo gioco arruffato, un’indigestione di passaggi, di tocchi e ritocchi, di spizzate e di svirgolate. Se il Genoa è stato in partita fino all’ultimo, delle due l’una: o siamo stati troppo asfittici noi, oppure sono risorti loro.

Visto il livello in campo, sarei più propenso per la prima soluzione; mai un’occasione nitida, mai un dialogo che consentisse la conclusione efficiente.

Tutto sempre molto voluminoso, condito da mischie e casini vari, privo di quell’essenzialità tipica delle grandi giocate.

Invochiamo la sfiga ma dobbiamo solo rammaricarci per la cifra tecnica esposta; troppo bassa per aver ragione di questo Genoa, pugnace, ma nulla più. Le nostre ansie li hanno confortati.

Era dal 2013 che il pari non usciva sulla ruota di Genova; era la peggiore Inter di Moratti con l’imberbe Stramaccioni a pontificar di calcio. Finimmo noni, mai così male con il Presidente del Triplete.

Se Inzaghi ha raccolto elogi per il gioco spumeggiante di dicembre, non può che prendere improperi per l’ingarbuglio tecnico-tattico che il dopo Derby ci riserva.

È evidente l’imbarazzo con cui gestisce formazioni e cambi; ma è soprattutto il governo durante l’incontro che inquieta. La tempistica adottata è ancora quella dei bei tempi, quando tre o quattro fiammate indirizzavano il match e il resto contribuiva a rimpolpare la melliflua visione. Molti degli undici di base sono in riserva, perché insistere con la cosiddetta formazione-tipo; li sfinirà definitivamente.

Oggi i colpi di sterzo devono essere più lesti, meno passività, un po’ di coraggio, per favore! Cinque cambi nei quindici minuti finali sono contro ogni regola del calcio.

I singoli hanno fatto il resto, ciascuno con la propria insipienza tecnica a farla da padrona; alcuni l’hanno mistificata, annacquandola in un insieme di giocate complessivamente positive. Altri hanno sciorinato il peggio del repertorio.

Una sola notazione di colore: quando l’uomo dalla riga in mezzo ha effettuato il primo cambio, il telecronista, che ama il calcio delle figurine, ha detto: “Inserendo il Toro e Vidal prova a dare una sferzata alla partita”. I due in effetti l’hanno data, il primo mai centrando la porta, se non con un improbabile tiro dal limite, il secondo rilanciando il contropiede avversario e mandando nel pallone Brozo e company. Odio le partite del venerdì, portano con loro un senso innaturale del rito interista; passi per i posticipi e gli anticipi al sabato, ma il venerdi, non si sposa né si parte, per Genova poi.

È un peccato rassegnarsi così in fretta, ma penso non rimanga altro, abbiamo sfrontatamente gettato al vento i segni del destino; se ne arrivassero degli altri sarebbero ben accetti, ma non credo alle provvidenze abbondanti. Pensavo, e penso tutt’ora, che bastino dieci vittorie, da qui alla fine, per vincere il titolo con comodo; peccato che dieci su quattordici sia un conto e dieci su dodici sia un altro. Del resto lo sapevo, quando cominciano con la profezia “Saranno tutte finali” vuol dire che sono andati insieme come la majonese…e da lì è difficile tirarli fuori. Spero solo di essere cattivo profeta.