La festa scudetto non si sarebbe potuta organizzare meglio; la processione fuori dallo stadio, “el paseo de honor” all’ingresso in campo e la vendemmia finale.

La versione “deamicisiana” dei Garrone Doriani, forse per omonimia con il vecchio presidente della Samp e l’eroe del libro “Cuore”, ha facilitato il tutto.

Intendiamoci, Donnandonio non lascerebbe nulla di intentato neppure in una sfida tre-contro-tre ai Giardini Pubblici di Corso Venezia; liberato del livore che lo ha accompagnato in questa sfida epocale, Donnandonio ha spinto ancora una volta i tasti giusti per far capire che il modulo di gioco sia ormai diventato pelle per tutti i suoi e che, depurati questi ultimi delle scorie nervose nemiche della fluidità calcistica, i più modesti possono avere gloria. È stato il caso emblematico del Giando e del Frullator Lussuoso. Il primo non è nuovo all’incursione vincente nell’area nemica, ieri ha stappato la prima boccia con un “estirada” zuccherina al culmine di un’azione manovrata da lui stesso avviata. Il gringo cileno ha frullato come suo solito ma con maggior efficacia offensiva, neo della sua stagione in chiaro-scuro; il colpo da biliardo messo in mostra nella rete del 3-1 denota la classe ma fa ripensare alle prestazioni colpevoli di tutta la “temporada”.

Da ciò il ritorno a uno dei miti dell’ippica, non solo italiana ma mondiale: Federico Tesio. “Non guardo mai il risultato, guardo chi ho battuto e come l’ho battuto”. Figurare bene contro una Samp in ciabatte e canottiera, ben disposta ma, giustamente, priva di garra, non può far gridare al miracolo. A proposito di garra, si è battuto con gamba e costrutto “el charrua” Vecino; ha impiegato più lui a guarire da un infortunio che un ottuagenario da un’operazione a cuore aperto, speriamo valga ancora qualcosa quando il voltaggio dell’incontro sarà diverso da quello di ieri. Ha orchestrato il reparto nevralgico l’Etoile di Odense; immesso nel golfo mistico a dirigere, l’enigma ha fatto capire quanto potrebbe servire un ispiratore istantaneo alla fase offensiva nostrana. Da deliquio l’apertura su nonno Young, ossimoro calcistico di cui siamo ancora vittime; Eriksen è stato preciso sullo stretto, moderno nella fase difensiva, ove predilige l’intercetto al contrasto, come vuole il calcio di oggi. Rimane sempre sulle punte, un comportamento troppo timido che finisce per essere eclissi; un’idea bizzarra che necessiterebbe di dinamici sostegni. Beep-Beep ha svarionato rivedendo le praterie, ha fatto il suo el Toro, trovando il rumore della rete solo su rigore. Ha avuto il suo francobollo di notorietà il Pina che ho visto, nell’atteggiamento corporeo, meno assonnato. Il reparto difensivo ha avuto in Froggy il gioiello, se possiamo scomodare questo sostantivo in una partita al lambrusco come quella di ieri. D’Ambro e Basto i suoi dioscuri. Last but not least, Handa è riuscito, nel clima festaiolo, a piazzare un intervento obbrobrioso in un’azione di grevità calcistica rara, che è valsa il gol della bandiera blucerchiata. I subentranti hanno mangiato la razione di pane e salame, innaffiandola con il rosso frizzante degno del pic-nic imbandito dai contendenti.

Se dopo lo sventurato Samp-Inter dell’andata ci avessero detto che, al ritorno, ci sarebbe stato tutto questo, avremmo preso a male parole chi avesse annunciato simile copione; la realtà supera di gran lunga l’immaginazione e, con i nembi che si profilano sul fronte societario, questo deve bastare. Stravincere senza cardiotonico pare cosa non da Inter e, come tale, da dimenticare in fretta per il rischio di illudersi troppo.