Sebbene il periodo lo abbia privato di ogni colore, il Grand Prix d’Amerique, col suo milione di euro al traguardo e una tradizione che si perde nel secolo scorso, rimane la corsa faro nel panorama trottistico internazionale. Troppo eccitante l’avvio con i nastri che prelude a un vero arrembaggio verso il primo passaggio sul rettilineo d’arrivo, giù per la discesa, una lieve ripresa di fiato in attesa della salita, le doppie curve concatenate e il rettilineo finale liberatorio, quella V argento che termina la fatica e sancisce il trionfo. È stato Face Time Bourbon a decretare con una velocità al kilometro mai vista prima (1:10.8) chi fosse il Re dei 2700 metri; gli ha resistito con onore Davidson du Pont, gli altri sono parsi troppo distanti. Bjorn Goop, driver scandinavo di qualità sopraffina, ha battuto il re transalpino Jean Michel Bazire, in una sfida nella sfida, impari per qualità di “auto a quattro zampe”.

Le Champion come lo si chiama da queste parti è troppo ingombrante per dividere la scena; la qualità dei guidatori avrà bisogno di altri palcoscenici più equi, in fondo i cavalli vincono le corse, i driver le possono perdere.