“I’ m qualified to satisfy you..” tuonava il soul di Barry White, con la sua voce grassa e rotonda: piacesse o meno, il crooner americano aveva un ritmo accattivante, che lo portò a essere colonna sonora delle generazioni cariche di ormoni negli anni settanta. Così quest’ Inter ­– che centra il primo obiettivo stagionale, traguardo dovuto dopo dieci anni di astinenza e più volte svanito sul filo di lana – ha i ritmi facili e coinvolgenti di quel genere musicale. Trasmette passione, e con essa soddisfazione, pur avendo pecche non celate. Anyway, viva Inzaghi; l’uomo dal dispiacere facile ha compiuto, nonostante un organico francamente depotenziato, impresa degna di nota, largheggiando calcio e minando coronarie, in un’alternanza che da tempo non si vedeva. L’impasto congegnato dal trainer piacentino ha la schiettezza dei dolci fatti in casa e, come tali, buoni con riserva: le crostate di tutto il mio parentado erano, e sono, buone. Quelle di mia zia Jolanda avevano qualcosa di diverso, che le rendeva uniche. In modo analogo, i nerazzurri inzaghiani recitano un buon calcio complessivo, che ha il pregio di diluire le bestemmie pedatorie dei singoli, e che, a conti fatti, sterilizza ogni avversario; da qui a disporne con la facilità dei migliori il passo appare ancora lungo. I brasiliani dell’Est sembravano scesi al Meazza per la penultima gita premio, ma hanno retto un’ora al tourbillon nostrano per i difetti di mira dei pitonati, che sono diventati la cifra preponderante di questo primo trimestre. Raramente ricordo uno spreco così eclatante, tanto abbondante da far gridare allo scandalo. Avessimo gugia – mira, nelle lande della nebbia – corretta staremmo sistematicamente due o tre gol avanti entro la prima frazione, per poi toreare calcio a piacimento; purtroppo la storia è spesso diversa. In un quadro di rammarichi e improperi trovano spazio alcuni numeri da circo di periferia: nella solita, tremebonda e ansiogena, partenza dal basso abbiamo visto Handa mandare ko Super Marcy con uno dei maldestri rinvii del suo crepuscolare repertorio. Insultato e vilipeso per un’ora, nonno Gekko ha timbrato doppietta, sfruttando alleanze da vecchia Jugoslavia, avendo trovato in Stanlio Perisic un esterno capace di calcio sontuoso e raffinato. Il croato, che i maligni vogliono al diapason solo perché desideroso di contratto o di maiuscola liberazione a parametro nullo, è il vero valore aggiunto stagionale. Di spanne il migliore anche ieri sera. El Torito è parso convalescente, mentre Turbinante Nicolino ha necessità di rianimazione. Ieri sera, al cinquantesimo, suonato dalle lodevoli e spesso inutili corse, mi ha fatto tenerezza perché era evidente non avesse più nulla da spendere. Visto il calendario sarei propenso per mandarlo dieci giorni in montagna, pena il disfacimento sul campo del nostro promesso capitano. El Chala ha mostrato grinta insospettabile, qualche pregevole intuizione annacquata da minuscole castronerie, segno di una debole continuità, che meriterebbe attenzione. Darmian ha solcato la fascia come le littorine anteguerra, quelle che giungevano sempre puntuali. Il trio difensivo merita pochi commenti, un po’ perché l’allegra brigata di Copacabana, naturalizzata ucraina, ama il calcio effimero del possesso palla, largamente a loro favore, un po’ perché la voglia di incidere si è infranta su un palo interno, segno che l’Avvento Ambrosiano ha ancora influssi benefici. Come spesso accade i rincalzi sono stati impalpabili e le poche battute riservate al loro copione sono state insipide. Una sola scossa è venuta da Sensolo che speriamo possa elettrificare un settore del campo che pare avviato verso l’anemia da abuso. Godiamoci questo comodo traguardo e congratuliamoci con Inzaghi; non sarà un sofisticato amministratore di peloteros, ma ha restituito all’Inter una cornice pregiata, la primavera ci dirà se all’interno ospiterà una crosta o un capolavoro. Visto l’umore al lattato di ieri sera, sotto con le rotazioni perché a Venesia o te cori o te ciapi….