Esimio Mam,
come educazione richiede, vorrei per prima cosa chiedere scusa. Ho peccato di diffidenza, di intransigenza bauscia. 
Spesso cado nell’errore del pregiudizio, nel caso specifico ne ho addirittura abusato, solo e soltanto a causa della sua rubentinità. 
L’evidenza è qui, davanti a me, inequivocabile, vorrei scusarmi con Donnandonio.
Ha saputo fare il Bersellini quando era il momento di far capire alla truppa che il sudore è benzina.
Ha saputo fare l’Helenio quando ha capito che molti dovevano credere in se stessi oltre ogni cosa.
Ha saputo fare il Trap quando si è reso conto che la difesa più forte d’Europa aveva bisogno delle giuste distanze.
Ha saputo fare il Mancio quando ha insegnato ai suoi che si riparte in tanti, in perfetta sincronia, attaccare facendo cacare sotto gli avversari.
Infine ha fatto il Mou quando è stato il momento di mandare a ranare la stampa e instillare nei suoi David Crockett la sindrome dell’assedio.
E poi, ragazzi miei, uno che, mentre tutti gli sparano nella schiena, riesce a trasformare la caricatura di Stanlio in un fior di tornante sempre sul pezzo e la Sirenetta con le valigie fatte 
in un mediano/mezzala/play tanto atipico quanto imprevedibile…. cosa mai vorrai dirgli ?
Merita veramente il massimo dei voti, se non la lode, calcolando che tutto ciò l’ha fatto….all’Inter!

Ma è anche tempo di passare il testimone.
Sì, dal pareggio di Sandrino Mazzola su rigore nel 2-2 a San Siro contro il Toro per lo scudo della stagione 1964/65, questa è la prima volta che me ne sto a casina, che non vado in giro 
per la città fasciato di nerazzurro suonando il clacson come un invornito.
Il testimone passa a mio figlio Tai, il più piccolo ( per modo di dire, 185 cm di ventunenne Bauscia ) che con me, tra i sette e i dieci anni, aveva già visto la saga quadriennale pre Triplete. 
E’ appena terminata la partita tra piastrellisti e magùtt, va lui in piazza, mi chiede di vestire la maglia di Ronaldo, quella col numero 10 del suo primo gol a Bologna sotto il diluvio.
Ci va lui, sta in giro fino a notte fonda, torna senza voce, felice come una pasqua e la sua felicità è la mia, è quella di mio padre quando avvenne il medesimo passaggio di consegne, lui che
si vide da Meazza a Bonimba e che, nel maggio del 1971, lasciò a me l’onore e l’onere di perseverare in quella che era e rimarrà tradizione matta e irrinunciabile.
E mentre Tai è in giro che festeggia io penso all’ultima volta. Faccio i conti.  10 anni, 11 mesi e due settimane.
3988 sono i giorni trascorsi dall’ultimo scudo, il tempo che ha costretto il mio cuore Internato lontano dalla gioia del trionfo. 
Dovessi sintetizzare la magìa del mio essere Interista, tra le molte che mi vengono in mente non potrei che giungere alla sintesi aurea: l’eterea sospensione dell’attesa.
L’arte – non saprei dire quanto istintiva e quanto, invece, intimamente masochistica – dell’imparare a  godere del trascorrere del tempo tra un trionfo e un altro, affinchè ognuno di questi 
si possa indelebilmente scolpire nella mia anima, ancor più che nella memoria.
“Aspettando Godo” mi disse un giorno l’amico Giova di fronte all’incipiente frustrazione per l’ennesimo campionato svanito molto prima di Pasqua.  
Sosteneva che, in fondo, Samuel Beckett doveva essere inconsapevolmente Interista e, in effetti, la capacità di riempire d’ironia l’assurdo vuoto dell’attesa fa parte di un bagaglio cromosomico 
esclusivamente Bauscia.
Il povero casciavid  si strugge, cade in bredaiola depressione, fatalmente finisce per scomparire dai radar, per settimane, mesi, talvolta per anni.
Il gobbo rubentino si indigna, come il capobastone a cui hanno fatto uno sgarbo, stenta a comprendere,  si chiede esterrefatto per quale diavolo di motivo sia necessario concorrere, e magari 
pure perdere, per qualcosa che si dovrebbe possedere per diritto di cosca.
Intendiamoci, non che l’attesa sia dolce per definizione.
In luogo di un buon libro capita di essere costretti, per Fede, ad assistere a comparsate indegne, a vedere Belfodil, Kuzmanovic e Schelotto travestiti da giocatori di calcio – e per di più con le 
casacche che furono di Jair, Suarez o Bonimba – pur sapendoli scarsi anche solo a zappare.
O, sempre e solo per Fede, a sottoscrivere un salato abbonamento ad un intero anno di recite con la regia di Piangina Mazzarri, di sicuro il supplizio più oscenamente noioso che la liturgia 
dell’Interismo mi abbia riservato in dodici lustri.

Ma quando arriva…… tutto si ferma, persino le parole. 
Il mio Io Internato non conosceva questo passaggio, parlo di questo preciso passaggio, il numero 19.
Oggi ho passato il testimone, mio figlio Tai è in piazza al posto mio

W l’Inter, W la vita