Quando arrivano partite del genere, cerco, nella memoria mia e in quella elettronica del sito nerazzurro, alcune ragioni preliminari. Il Genoa non vinceva a Milano, casa nostra, dal 1994, ovvero quando affrontò la peggiore Inter del dopoguerra, quella che rischiò seriamente la retrocessione, nonostante la vittoria finale nell’Uefa di Jonk, Bergkamp e dei fratelli Paganin, tanto per essere espliciti.

Era un Genoa che viveva dell’assetto ricavato da Bagnoli e con giocatori di stampo internazionale; andarono a vincere ad Anfield Road qualche anno prima. Un bel ventisette anni; per il resto pareggi e vittorie più o meno larghe. 

La partita non è risultata commentabile; dopo 37 secondi Big Rom l’aveva messa nel binario dove solo la supponenza e la svogliatezza possono farti pareggiare. Perdere sarebbe stato un peccato, non ospitabile neppure nell’Inferno dantesco. Se poi il Genoa si presenta con il “turnover” perché mercoledì ha il derby della Lanterna, facilmente capiamo che siamo di fronte quasi a una farsa, della quale però beneficiano le cosiddette “squadre ingiocabili”, ovvero quelle squadre che ­– nell’analisi onesta che i mestieranti del calcio fanno sempre – possono perdere se il pullman per recarsi allo stadio cade in un tombino.

Inutile giudicare i più; molti di essi hanno mirato a proteggere caviglie e legamenti, Lukakone non ha lesinato lo spirito primordiale che lo anima, ha segnato il Frullator Lussuoso con un colpo da biliardo nell’area piccola, abbassando a 1 milione e ottocentosettantacinequemila il quoziente ingaggio/reti fatte. Un vero affare.

Ha coronato la sua diligenza Darmian, vero dodicesimo uomo di questa agguerrita squadriglia. Perisic è ormai convertito. Il trio di difesa ha dormito tra due guanciali.

Barella ed Eriksen hanno illuminato, Marcy non ha avuto bisogno neppure di sguainare la durlindana. El Toro ha scornicchiato, fors’ancor ebbro per le toreate di domenica scorsa.

Il ritmo da Lexotan che ci ha avvinghiato per tutto l’incontro mi ha fatto ripensare a quelle disfide con pericolanti ove la beffa era sempre in agguato, quelle partite ruvide e complicate dalle quali non riuscivamo mai a stanarci. Delle jungle calcistiche piene di ragni velenosi e di serpenti costrittori che ci obbligavano agli antidoti peggiori pur di uscirne indenni.

Oggi è stato tutto diverso, il ruolino verso l’innominabile sta assumendo contorni rispettabili e il tre a zero sembra un marchio di fabbrica.

Pertanto, non rimane che abbracciarci con gioia, bauscioni del mio cuor, giovedi torta fritta e culatello!