Il Derby di ritorno, quando possiede l’elettricità dello scudetto, mi ricorda quelle tempeste di mare, estive, che nascono improvvise, montano veloci e subdole per scatenarsi in tempi minimi; finiscono nel buio di notti ventose e gelide o lasciano quel chiarore di un intenso arancione all’orizzonte, preludio al cielo terso del giorno dopo.

Il primo, che ricordo con nitidezza, è l’iconico 5-2 del 1965; giocavamo con la maglia bianca e la banda diagonale nerazzurra, associata a calzoncini neri e calzettoni neri con risvolto azzurro, emblema della nostra sublime essenzialità di gioco. Fu un anno memorabile, dopo le “remuntada” dei sette punti e il primo storico sorpasso ai cugini, venne Inter – Liverpool tre a zero e la Coppa Campioni vinta in casa contro il Benfica, sotto il diluvio.

Ne ho visti tanti altri, come le tempeste d’estate: il colpo di biliardo di Mario Corso a stecchire Cudicini, la doppietta di De Vecchi a tramortire Bordon.

Avanzando negli anni, si sono succedute esaltazioni poco contenibili e perfide stilettate nel profondo del cuore; il senso ultimo di questa sfida, che sembra non avere mai un fine deciso.

Oggi noi giocavamo con due risultati su tre e il Milan doveva, per forza, non perdere terreno; il nostro gioco voluminoso e ruminato o il loro rovesciamento veloce, un enigma che la vigilia non lasciava decifrare in modo compiuto.

Il senso del match non si è discostato dal copione che gli Inzaghi’s Boys recitano alla perfezione da inizio campionato. È una sceneggiatura, talmente evidente, che non meriterebbe commenti ulteriori: settanta minuti di dominio lussureggiante, un naturale calo, che le sostituzioni acuiscono, e la sofferenza finale che, in questo caso, è stata martirio. Il segno di una scrittura, imperfetta nelle origini, alla quale l’uomo di San Nicolò di Rottofreno (PC) non ha pensato di porre dei correttivi, o meglio, nella quale replica, con preoccupante consuetudine, partiture non adatte agli attori e ai contesti. L’analisi stessa dei protagonisti non si discosta dal metro solito: oggi il portiere del Gallia ha dimenticato di mettere le mani dentro i guanti. Giocare col portiere volante è pratica da calcio di piazza e di selciato, imperdonabile in serie A.

La compattezza del trio difensivo è stata meno granitica: De Vrij ha commesso peccato da oratorio nel secondo gol. Da bambino, sentivo gli allenatori di quartiere urlare a quelli che mi marcavano la frase più elementare: non farlo girare.

Basto è stato al solito tremebondo nell’affrontare I.Diaz; semigirato e con le mani dietro la schiena, ha favorito la carambola: il difensore deve respingere, non deviare. Lo stesso Skri ha concesso l’uno-contro-uno nell’azione letale, avendo noi uno schieramento, molto male assortito, se non erro, da sette contro due. Imperdonabile. Lo stesso possiamo dire del centrocampo: tanto esondante quanto poco efficace nelle soluzioni finali. Sulla genesi del primo gol rossonero arriverò in fondo ma, anche qui, il Frullator Lussuoso – instupidito dalle transvolate oceaniche, pericolo pubblico numero uno nella nostra trequarti – può essere lasciato da solo con una schiera di cinque, dicesi cinque, centrocampisti al di là della linea della palla? È l’atteggiamento tattico corretto di chi sta vincendo uno a zero a quindici minuti dal termine in una partita che, se vinta, avrebbe chiuso a doppia mandata il campionato? La risposta è scritta nelle leggi del calcio: i più pensano al caso, all’imprevedibilità di Eupalla. Io, che sono laico fino al midollo, penso sempre all’esperienza passata e recente. Una fesseria del genere è imputabile all’acido lattico e alle istruzioni che gli allenatori dovrebbero impartire: uso il plurale perché dovrebbero esistere figure in campo che, chiamando le posizioni, eviterebbero errori tattici, senza che l’afono Inzaghi possa inferire. Non è questo il Turbinante Nicolino, podismo e mira sbagliata, neppure el Chala, livoroso e conclusivo solo nei corner, non è così il Durlindana che, inciucchito dal correre, finisce per esaurire il ruolo di metronomo, proprio nelle fasi critiche dell’ultimo quarto d’ora, ora in cui l’uomo dalla riga in mezzo, ha solo la fantasia di mettere il Mohicano, illusoria figura d’esperienza, ormai improponibile a questi livelli. Cambiasso, tanto per citare un sommo, aveva con Samuel filo diretto a riguardo; De Vrij e Brozo non paiono avere analoga intesa. Il frutto è, questa sera, due gol presi in tre minuti, altro che pazza Inter.

Hanno retto il confronto, alla grande, sia Stanlio Perisic, sia El Panteron, per i quali esprimo vivo ringraziamento. Sono stati tristemente uguali a loro stessi Gekko ed El Manzito; scuso il primo perché, nell’opera di raccordo, sebbene spesso farraginosa, spreme molte energie. Rimango perplesso sino alla bestemmia quando vedo il tanguero di Bahia Blanca: la sua cifra, come centravanti risolutore, dicono non sia stata ancora scoperta, ma temo sia molto più bassa dello sperato. L’episodio emblematico attorno al sessantesimo: ricevendo spalle alla porta come l’omologo giustiziere milanista, invece di cercare la conclusione da centravanti, ha azzardato inutile triangolo con Dumfries, sbagliandolo mestamente. Fino al ventesimo del primo tempo pensavo fosse alla Malpensa. Anche qui si apre l’ennesimo paradosso nerazzurro: in una squadra che segna caterve di goals mancano, spesso, i risolutori necessari in queste sfide nevralgiche; el manzito sempre più di frequente.

Due notazioni per concludere, il Derby merita qualche disamina in più: l’arbitro e il futuro.

Non è “pianginismo” interista ma è evidente, sia nei media, sia nella classe arbitrale, un servilismo nauseante verso il Milan, non sta a me cercare le spiegazioni, ma è chiaro. Dopo Milan Spezia ci furono le scuse pubbliche della classe arbitrale, evento che ha dello sconcertante. L’incontro è stato affidato a Guida, arbitro dalla vista corta, che pensa di essere di livello internazionale autorizzando un calcio da autoscontro. Ha sbagliato a tenere quel registro ma, lo stesso, metteva il meno tecnico su un piano di vantaggio. I dettami della casta sono stati chiari: VAR solo in casi eccezionali e…solo per chi sappiamo noi. Elusa una gomitata da possibile rosso diretto a Barella da parte di Hernandez e mancata analisi sul body-check di Giroud su Sanchez. Se quest’ultimo fosse azione calcistica consueta entro qualche anno paramenti e caschi dovrebbero far parte del corredo di gioco. L’uomo dell’establishment, Casarin, applaude alla direzione di Guida, sentenziandolo degno dell’internazionalità. E così tre indizi fanno una prova. Usò il medesimo registro, dodici anni fa, derby di ritorno del triplete, l’arbitro Rocchi. Vidi Ambrosini scusarsi per un fallo su Lucio e l’ineffabile ammonire quest’ultimo per simulazione, a centrocampo. Finimmo in nove e Mou disse che avremmo potuto perdere solo se fossimo rimasti in sei. Altri uomini, i nostri, stessi arbitri: oggi Rocchi guida la compagine arbitrale e rivendica quel potere attraverso queste direzioni che orientano le partite. Devono solo trovare il terreno fertile degli allocchi, quali noi siamo stati in una partita che si poteva tranquillamente portare in porto senza danni.

Avevo pronosticato un’ammucchiata primaverile e così sarà: a noi basterà vincere 11 partite per arrivare all’impossibile, vista la campagna acquisti.

Se non sarà così dipenderà dagli altri; essendo in testa siamo arbitri del nostro destino, comportamenti come quelli odierni, vicini all’autolesionismo, non aiuteranno.