La cosmologia interista è costituita da regole particolari, appartenenti a un universo distopico, che sembra, però, ripetersi con rassicurante continuità. Donnandonio sì, Donnandonio no; Lukaku errore madornale, Lukaku ben venduto. Potremmo snocciolare, a costo di annoiarci, miriadi di dilemmi e non basterebbe l’estate – essendo noi amleti calcistici – per dirimerli.

L’interismo, mi rendo conto, è molto peggio del Covid; abbiamo tante varianti quanto le imitazioni della Settimana Enigmistica. Così, tra rebus di centrocampo e sciarade d’attacco, passiamo le settimane a contorcerci, a inveire, a proclamare epocali disfatte.

Melville che, tramite Achab, seppe affrontare Moby Dick, in un suo scritto minore, “Lo scrivano”, mi regalò questa frase: “ Quando la mente vacilla, solo le parole di un amico fidato possono riportarla sulla retta via” (Sintetizzo perché la memoria non mi aiuta più come un tempo).

Sarò quindi il vostro amico.

Inzaghi mi piace il giusto, ma sono retaggi del passato, soprattutto legati a suo fratello. Nella mia scala di valori supera la sufficienza non di poco. La Lazio non giocava male, anzi; mi è sempre parso serio nel condurla e, sebbene assecondato da giocatori non scarsi, ha sempre ottenuto qualcosa in più della normalità. Saprà fare il salto che questa società neurocalcistica richiede? È un dubbio difficile da sciogliere, ma non è ingiuriandolo dalla prima uscita che lo si aiuterà.

Hakimi è parso, da subito, agnello sacrificale; è parere blasfemo, non sempre ha luccicato a dovere e, come tale, stava bene venduto a quel prezzo. Fatto bottino, la proprietà ha deciso per immolare anche Lukaku.

Ingrati o ingrato? This the question, disse il Bardo.

Chi ha visto Vastola rimpiazzare Domenghini, chi ha goduto giostrare Magistrelli, Moro e Doldi, scambiare Bonimba per lo zio di Anastasi e ha potuto assaporare l’asse balcanico Pancev – Sukur – just to name a few, come direbbero i secondi del mondo – si è già inoculato una quantità di vaccini e di antidoti che sopravviverebbe a sette Covid calcistici e un morso di mamba.

Non parliamo poi, essendo l’ingratitudine un tema, della scelta morattiana tra Cuper e Ronaldo, il fenomeno, che ci lasciò in dote Martins e Kallon agli ordini del sedicente “hombre vertical”.

L’enigma Lukaku si risolve, per uomini provvisti di tal sistema immunitario, sorseggiando un brandy davanti al camino che, data la stagione e il clima, potrebbe essere, tranquillamente, una finestra aperta.

Siccome la gratitudine è la peggior nemica del calcio – innumerevoli le vittime di questo sostantivo – io me ne libero, anzi, me ne sono già liberato da tempo. Mou, per il quale riservo adorazione imperitura, ne diede un raro esempio, scappando dal Triplete poiché conscio, lui provvisto di intelligenza superiore, che da lì si sarebbe solo potuto scendere. Chi si illuse, controvoglia, non cedette Milito e altri fuoriclasse, perpetuandone il declino. Il prezzo della gratitudine.

Il calcio del dopo Bosman ha stabilito criteri e regole la cui etica risponde a paradigmi diametralmente diversi rispetto a quelli cui siamo stati abituati noi sessantenni; sarebbe come dire alle nuove generazioni di andare a letto dopo Carosello. Carosello non c’è più e quindi si va a letto con la Playstation.

I presagi della “rivoluzione”, per i fini osservatori, c’erano stati già a Maggio; nella foto improvvisata, sotto la curva nord, che ritrae tutta la ciurma Gondiana saltellare per lo scudetto appena acquisito, mancavano sia Lukaku, sia Gonde.

Il carico da undici per fare cassa poteva essere anche lui, un affare da cento e passa non si combina in un fine settimana. Alla fine, propendo per una correità; l’Inter aveva bisogno di vendere, Big Rom sapeva che avrebbe fatto il bene suo e anche dell’Inter. Rimarrà nel mio cuore come Bonimba, come Vieri, come il Fenomeno; ho visto troppi giocatori sbagliare dei gol perché pensavano a dove avrebbero baciato la maglia. Ipocrita ed effimera gestualità da rotocalco. L’uomo di Anversa almeno li ha fatti. Ho riposto le emozioni legate alla maglia e alla fedeltà in un cassetto lontano della memoria che non apro più; attingo ad altre, con lo spirito innocente di chi pensa sempre che il futuro possa rivelare l’inatteso.

Fin qui l’anima; oltre la tecnica, ovviamente personale.

Quando un giocatore di quel peso se ne va, due i fattori chiave: chi svolgerà il tessuto di gioco in sua vece e chi procurerà le reti da lui marcate.

Se ne andò Ibra e facemmo il Triplete con Milito del Genoa; certo, un altro contesto. Ma per noi, ridotti in mutande da Xi Tian Pin (per mi i cines in tucc i’stess), il tema è: saremo competitivi per entrare nelle prime quattro e passare il primo turno di Cenpion Lig?

Come detto, sono necessari gioco e gol.

Il primo sarà affare di Inzaghi ma, vista la sostanziale omogeneità del modulo, il presunto recupero di due centrocampisti – Sensolo ed el Charrua –, il rimpiazzo di un esterno a destra non di molto inferiore ad Hakimi e l’inserimento di Dimarco sul versante sinistro, il problema dovrebbe restingersi ai centrocampisti offensivi e all’attacco.

Mi piace ragionare in termini di reti: lo scorso anno 89. Un bottino esuberante. Abbiamo vinto a 91 punti e 85 sarebbero stati larghi; avremmo quindi, a parità di schema difensivo, potuto segnare anche meno. Potremmo quindi avere un centravanti da venti reti e uno da diciotto. Perché no El Toro e Gekko? Qualora non arrivassero, siamo sicuri che Chalaturk segnerà solo la miseria di tre reti, ovvero il monte garantito dallo sfortunato enigma di Odense nella scorsa stagione, prima dell’arresto cardiaco?

Gekko ha, come tutti i vetusti, arretrato il proprio raggio d’azione; nella gestione del gioco offensivo ha piedi e visione diversi dalla Belva di Anversa. Non sposterà con sé la squadra, come faceva l’ebano belga, ma potrebbe essere garanzia di maggior fluidità nel rovesciamento che Inzaghi sembrerebbe prediligere. Non conosco bene il nuovo Orange e l’adattamento al campionato italiano sarà ostico; tuttavia non ha credenziali scadenti e troverà in De Vrij un sostegno.

Sarà il 15% in meno di Hakimi? Ha nelle corde qualche gol e qualche assist, nell’insieme i nuovi dovrebbero compensare i vecchi in misure differenti.

Eventuali innesti, Nandez o Correa, andranno a rimpiazzare ectoplasmi come Vidal e il Frullator Lussuoso; credo un vantaggio in termini di corsa e di reti all’attivo.

Rimane da analizzare nel dettaglio l’entità della perdita di Lukaku, oltre le reti.

Due anni fa i sostantivi si sprecarono: paracarro, lampione, brocco, piedi incrociati…..

Oggi, dopo la cura Gonde, viene venduto a una cifra per cui non c’è nessun dubbio: va ceduto e fine. Mai, nel futuro, si sarebbero potuti prendere quei soldi.

Sancito il fatto strettamente economico, bisogna scandagliare con attenzione quello tecnico, sceverando l’emozione che il terzo gol fatto al Milan tutt’ora mi procura.

Sarebbe assurdo dire che Lukaku sia forte con i deboli e debole con i forti, tuttavia qualche presentimento in tal senso si insinua, legittimo. Nelle uscite di Cenpion Lig di alto livello, solo a tratti è parso spostare il match, sia nel primo, sia nel secondo anno: in due partite da risolvere con l’esangue Shakhtar non è riuscito a fare un gol. In campionato, con JMS, non è parso mai un vero fattore, dove per fattore si intende il giocatore che, preso in mano l’incontro, lo risolve con uno o più spunti. Nella disfida europea, contro Bonucci  e Chiellini, pur avendone avute le opportunità, non è stato valore aggiunto al Belgio. Intendiamoci, paiono crepe sul muro, visto il contributo fondante fornito in molte partite, ma pagare una casa crepata come una nuova superlusso credo non sia esercizio di buonsenso. Quindi, e a maggior ragione, l’oltre cento pare cifra irrinunciabile; gli ippici mi hanno insegnato che cento milioni non si azzoppano mai.

Le incognite rimangono innumerevoli; l’allenatore, il pacchetto di difesa è solido ma ha un anno in più, come ribadito, riserva dubbi l’attacco cui mancano rincalzi degni e la cui prolificità appare disfida su cui scommettere.

Applaudirei la dirigenza se trovasse tre o quattro giovani a basso costo da far crescere e sui quali rischiare; sarebbe opera meritoria congelare Vlahovic per sperimentarlo un altro anno a Firenze. Dovrebbero dipingere un quadro più colorato sul portiere, già meritevole di ripensamenti lo scorso anno.

Abbiamo fatto campionato imperioso, checché se ne dica, lo scorso anno, siamo nel plotone quest’anno; di fianco non vedo Merckx o affini. Ce la si gioca tutti, JMS pare una minestra riscaldata con qualche mal di pancia di troppo, il colpo grosso del Milan è Giroud, e ho detto tutto, le romane sono una gradevole incognita, sarà divertente vedere Sarri contro Mou. L’Atalanta  mi pare alla recita di sé stessa; per quanto attraente, la grammatica del Tranviere appare un lusso limitato. Il Napoli si appoggia su Spalletto da Certaldo, non credo che il bosco verticale, dove ha svernato a spese di Zhang, lo abbia trasformato in Mago Merlino. Le altre non possono essere che comprimarie; troppo vasto il divario per ambire a posizioni di testa.

Si comincerà tutti vivendo in cantiere, a fine settembre i primi veri giudizi; lo scorso anno furono drasticamente negativi ma poi si è vinto a mani basse. Quest’anno ho la sensazione di un campionato magmatico che attenda l’eruzione primaverile. In Europa mi pare che l’asticella sia troppo alta ma, visto l’Europeo, l’omologazione verso la media potrebbe regalare qualche opportunità, come sempre i dettagli e il caso decideranno.

Quanto ai cinesi, spero se ne vadano al più presto; nella girandola di numeri che appaiono e scompaiono non riesco ancora a capire il loro reale contributo. In questo l’era Bosman non mi ha ancora contaminato e vorrei tanto l’Inter proprietà degli Interisti. Ma questa è altra spinosa faccenda  nella quale le idee sono, come spesso accade da noi, o nere o blu.

Come le nostre maglie a strisce verticali; non quelle color serpente che lascio mangiare ai cinesi e alla loro genia. Foera di ball e finis (anglismo milanesizzato)!