Era proprio novembre; non come questi, soleggiati e anomali. Era un novembre padano, la bruma che ti schianta le ossa, le spalle strette attorno alla sciarpa nerazzurra e la coppola calata sugli occhi. Il freddo dei gradini grigi, sopra la porta degli spogliatoi. La nostra porta. Il Napoli aveva in dote questo scugnizzo sudamericano, noi opponevamo solidi argomenti anglo-sassoni, Brady, e teutonici, Rummenigge. San Siro era come quello di Vecchioni, sebbene fosse pomeriggio; la terra era faticosa, il verde raso un po’ sgualcito.

Fu un lampo: un lungo traversone, lo stop di petto, la palla che scivola verso la “zurda” e, senza toccare terra, dardo imparabile, scuote la rete e i nostri cuori.

Il silenzio è rotto dalla sferzata del gol avversario; in quegli attimi, il pubblico di fede si incolla ai gradoni ed emerge un grido indescrivibile, fortemente tenue, opposto, per sede e per tifo.

Un gol dalla semplicità complessa; marchio di tutta la vita del “dies”.

L’ultimo dieci, certamente il più grande di ogni tempo, per la varietà dei palcoscenici calcati e la vasta unicità del repertorio.

I giudizi su Maradona sono, purtroppo, sempre stati globali, onnicomprensivi; la vita privata dissoluta, le famiglie cosparse nel globo, il talento calcistico mescolato alla depravazione. 

Metri di misura errati, nelle mani di noi mortali; Diego era il calcio fatto uomo e come tale andava, e dovrà essere, giudicato. 

Il calcio di Maradona è stato pugno e carezza. Sorretto da sei litri d’aria nei polmoni, da un fulcro basso e da uno straboccante talento naturale, Diego ha spinto il gioco verso idee impossibili.

È stato enzima e catalizzatore, due ingredienti naturalmente non concentrabili, in un unico composto, per generare una reazione chimica calcistica imprevedibile; come tale, è stato inarrivabile.

Maradona era solo “cancha” e tutto ciò che la riguardava; era il sostegno ai compagni grami, che sputavano anche quello che non possedevano, pur di sedersi alla corte del migliore. E da migliore lui li ripagava, nonostante le notti mai finite, gli allenamenti a singhiozzo, lo stordimento chimico per sopportare un contorno di vita che lo ha soffocato per eccesso di affetto.

Il 1986, l’anno della sua consacrazione, è una dorsale che divide il calcio degli organizzatori dal calcio organizzato; con Diego finisce il 10, ovvero quel ruolo che attribuisce, al destinatario di quel numero, poteri calcistici soprannaturali. In Maradona si inscrivono tavole della legge pedatoria non più replicabili; un giocatore totalitario, essendo lui contestualmente soccorso nella fase difensiva, illuminante in quella offensiva, risolutore solitario per indole e necessità.

Via lui, il potere quasi taumaturgico di quel numero avrà pallidi tentativi di imitazione nell’avviarsi verso il crepuscolo: tre nomi su tutti, Matthaus, Zidane, Figo. Forse solo il francese avrebbe potuto prendere la medesima carrozza dell’argentino, magari come cocchiere. Da lì in poi solo risolutori ultimi: Van Basten, Ronaldo, Sheva, Ronaldhino e la dittatura del diarcato Messi Cristiano Ronaldo. Il cambio dei numeri sulle maglie una singolare coincidenza per svilire il contenuto del dieci, il ruolo che non c’è più, soppiantato da un calcio euclideo, fatto di opportunità e non di poesie da improvvisare con il pallone tra i piedi.

La grandezza di Maradona sta anche in questo, nell’avere decretato la fine di un modo di giocare, regalando al mondo la quintessenza dello stesso.

Sulla tomba degli immortali esiste sempre qualcosa di terreno; dicono che sulla pietra che ancor oggi copre Jim Morrison, iconoclasta leader dei Doors, ci fosse sempre una sigaretta accesa.

Il riposo eterno di Diego mi piace immaginarlo con un singolare epitaffio sonoro, donatogli da Hugo Morales, radiocronista del canale argentino, in occasione del gol che ha segnato, definitivamente, la storia del calcio: il secondo di Argentina – Inghilterra, Messico 1986.

Chi volesse ascoltarlo per intero può clickkare qui

Ogni passo di Hugo è un passo della vita di Maradona, una cifra che lo descrive per tecnica, atteggiamento in campo e grandezza ideativa.

Siamo nella meta-campo inglese… 

ahí la tiene Maradona, lo marcan dos, pisa la pelota Maradona, arranca por la derecha el genio del fútbol mundial….” 

Un genio di proprietà del mondo che, braccato, accarezza la palla in undici magnifici tocchi, elude ogni bordata infertagli dagli sgherri inglesi e, irridendo Shilton, deposita in rete il gol che porta alle lacrime.

Maradona, en una corrida memorable, en la jugada de todos los tiempos… barrilete cósmico… ¿de qué planeta viniste? …. Gracias Dios, por el fútbol, por Maradona, por estas lágrimas, por este Argentina 2 – Inglaterra 0.

Dopo una corsa ineguagliabile, avendo trattato la sfera come mai nessuno aveva osato prima in quei contesti, l’aquilone (barrilete) ha rotto il filo per tornare a giocare in un pianeta diverso; questo era troppo gretto per comprendere il suo genio.

A noi rimangono le lacrime e il privilegio di averlo toccato.