Paolo Rossi, in arte Pablito, si è incamminato di soppiatto, come quando, furtivo, rubava un tempo minimo all’avversario per convertire in rete. Rossi era il gol e, come tale, era il calcio. Il football senza gol, o meglio goal (meta), nell’accezione dei suoi inventori era il Nulla; non a caso il pareggio a reti bianche, per i padri del “giuoco (omaggio ad Arnie) più bello del mondo”, era, e rimane, “nil to nil”, contrazione del latino nihil, niente.

Del Rossi televisivo, italica icona mondiale, si è detto tutto e oltre; mi piace ricordare un Rossi minimo, calcisticamente adolescenziale. San Siro aveva due anelli e la domenica il calcio della prima Inter berselliniana era una risata tra amici. Spillo aveva come chioccia il povero Anastasi, governava le danze “Pollo Freddo” Scanziani, il Monumento Facchetti guidava una dissennata difesa e si aspettava il cambio ornitologico, Pavone al posto di Merlo.

Il Lanerossi Vicenza venne a Milano da protagonista per la prima volta da che esistesse il calcio; a guidare i biancorossi il giovane Paolo Rossi. In quella squadra rappresentava una meravigliosa anomalia, incastrato tra Filippi e Faloppa, fortificato dai polmoni di Guidetti, affiancato dal classico Salvi e ispirato dal “Corso dei meno abbienti (poveri, come neri, non si può più dire)”: Cerilli.

A fronteggiarlo il duo Canuti – Bini; il primo acuminato “stopper”, indossatore della mutanda lunga in inverno, e il secondo ieratico e tradizionale libero.

Già all’andata i due, come si diceva in gergo, avevano messo la museruola a questo spietato killer d’area; Rossi annusava l’occasione come il fuoriclasse della formula uno fiuta il punto di corda per giungere al giro più veloce. Quell’istinto che sa di perfidia era in lui connaturato, i movimenti secchi ed essenziali gli consentivano di padroneggiare l’area come fosse l’intero campo, pur non essendo lui un centravanti inerte. Era anche delizioso nell’appoggio, minimo e sublime quello che smarcò Bettega per battere l’Argentina, futura campione del mondo, a Buenos Aires, tanto per ricordarne il più celebre.

In quell’occasione, chiamato sul palco del teatro calcistico più nobile, balbettò; lasciò dei presagi, ma la scena fu di Muraro e Altobelli, che del gol furono i gemelli.

L’anno dopo fu uno stitico zero a zero, il Lanerossi retrocesse, e la nomea di Bini e Canuti, cerberi del miglior goleador, divenne fama.

Graziano, col quale ebbi il piacere di una fugace amicizia, mi confessò che le loro partite contro Rossi erano sempre cariche d’apprensioni. Canuti, ritenuto sino a quel momento l’unico marcatore efficace di Pablito, chiamava insistentemente il povero Bini: “Bino stammi dietro, vienimi vicino, non andar via, che se questo scappa non lo prendiamo più” era il mantra di Nazza mutanda.

La discesa in B dei biancorossi portò Rossi al Perugia, provinciale lussuosissima della fine anni settanta; nel novembre di quell’anno, che ci regalò il tredicesimo scudetto, la compagine perugina salì a Milano forte dell’ormai consacrato Pablito e di una formazione di talenti emergenti tra cui l’isterico Bagni. Aprì il Bekka per guidare la partita in un tragitto normale e classico, ma nulla è normale e classico con l’Inter; sarà stata la mezz’ora, uno spiovente senza pretese giunse attorno alla zona centrale della nostra area. In quel piccolo quadrato si erano dati convegno Bini, Canuti e Bordon, altezza media sopra l’uno e ottanta abbondante. Il tempo di pronunciare la frase più equivoca del calcio – è tua, è mia…è della zia – e dal nulla si materializzò una maglia rossa, fino a quel momento invisibile. Nella fase di risalita della sfera dopo il rimbalzo a terra, la testa del più piccolo si intrufolò in quell’insieme di maglie nerazzurre e, sfruttando l’inerzia della veloce corsa, impresse al pallone una parabola inaspettata che superò Bordon e regalò il momentaneo pareggio al Perugia. (https://www.youtube.com/watch?v=4mrpJ38bklY)

In quel momento finiva il miracolo di Mutanda Canuti e si rivelava, ai miei occhi, e non solo televisivamente, la mera natura di un giocatore nato per segnare, ovvero nato per il calcio. La compagnia di Perugia lo trascinò, spettatore distratto, nel vortice del calcio scommesse; un’avventura che sarebbe potuta succedere a tutti noi, un compromesso di chi pensa che vivere non sia sempre e solo obbedire a ogni legge del pianeta, senza essere connivente, ma lasciando che il mondo scorra con tutte le sue manchevolezze.

L’umiliazione per aver lasciato fare i gatti e le volpi lo fecero Pinocchio, rendendolo italiano nel senso più pieno del termine, splendido ma fallace.

Così fu il suo momento più magico; lo ricordo nella fase peggiore, il secondo gol di Italia Argentina. Vedevamo in gruppo le partite a casa di Faga (nostro compagno di chat come molti altri) e un insieme di rituali – vestiario, aperture di finestre e tapparelle – era stato codificato per propiziare quell’inconfessabile sogno. Io ero sempre vicino al mio amico Luigi e, vedendo PaoloRossi lanciato verso Filliol, in un contropiede che ci avrebbe garantito un meno ansimante due a zero mi disse: “Se sbaglia anche questo me lo ……” e non era “me lo mangio”….

Lo sbagliò, ma un rimpallo su BrunoConti cambiò le sorti di quell’azione e del nostro Mondiale.

Da lì in poi ci avrebbe pensato Pablito, meraviglioso terminale offensivo, essenziale come un taglio di Fontana, orizzonte imperscrutabile di cosa sia l’universo oltre una tela.

Mi illudo che oggi possa giocare con “El Pelusa”; arriverà sicuramente qualche palla più buona di quelle che i mantici del Lanerossi Vicenza gli fornivano. Con quelle sfornate da Cerilli fece miracoli, chissà con quelle di Diego cosa combinerà.

Come dice Peguy “è andato nella stanza accanto” e qui, in ogni gol, rimarrà qualcosa di lui.