Quando succedono cose come quelle che stiamo vivendo, il rifugio è solo nei classici.

“Spengiti, spengiti breve candela! La vita non è che un’ombra che cammina, un povero commediante che pavoneggia e si agita, sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla”

Machbeth, W.Shakespeare

Ho scomodato il più grande perché, nello scrivere, penso che il calcio sia metafora della vita; l’espressione calcistica sia il rivelatore di un combinato disposto complesso, fondato su elementi semplici, minimi ed essenziali, la cui unione necessiti di una magia, strana e assoluta, che, una volta smarrita, può regalarti solo l’abisso della nullità.

Un abisso di nullità. Questo noi siamo diventati.

Non penso sia il solito caso di “appianite”, il morbo endemico, presente nella zona di Como, autostrada dei Laghi, uscita Lomazzo. C’è senza dubbio dell’”interite”, morbo più complesso, che pare avere distribuzione epidemiologica più vasta.

Ma la mia diagnosi, da modesto medico calcistico di campagna, è “inzaghite”.

Spiace per il Simone, come diremmo noi milanesi ammuffiti, ma i sintomi sono chiari, come sono chiare le espressioni sul campo.

Il nostro ha quasi smesso di agitarsi come il cappellaio pazzo di Alice Wonderland e ha sviluppato una forma di catatonia, dalla quale credo sarà impossibile farlo uscire.

Attenzione, non è il primo, non sarà l’ultimo ad ammalarsi su questa panchina. La Società immobile e prona ai desideri sconclusionati degli allenatori – questo ha voluto Correa e Caicedo, facevamo prima a prendere due ai giardinetti della Guastalla e risparmiavamo – è una prima concausa; il gelo di San Siro fa il resto.

Purtroppo i fondamentali difettano all’uomo con la riga in mezzo; non capire che Brozovic è come la Settimana Enigmistica, vanta 256 tentativi di imitazione, l’ha portato a errare nelle terre di mezzo con soluzioni sempre sbagliate. Il Mohicano Ossigenato si riassume nella conclusione del primo tempo a dieci metri dalla porta; poco mi importa che, con mestiere, abbia combinato qualcosa. Il Turbinante Nicolino, oggi giudicato fuori forma, è purtroppo questo, un moto perpetuo a prodotto finale nullo; destabilizzante, per giunta, poiché portatore di isteria.

È non commentabile Gekko, vecchia gloria avvizzita, è comico, soprattutto se gli si regala sortita da quarto d’ora, il Frullator Lussuoso. L’unico sprazzo autentico di calcio si è visto solo quando Perisic, affondando da par suo, ha trovato El Panteron.

Se riguardate la ripresa televisiva dal basso, quella rappresenta l’unica vera dimostrazione di calcio in quasi 100 minuti. Esterno che scende sino quasi alla linea del fondo, area coperta e divisa in modo omogeneo, rete!

La disposizione in area degli uomini, fondamentale calcistico da pulcini, non è affare per noi; il disordine e l’improvvisazione sono sovrani in quel lembo di tappeto verde. Arriviamo e ci smarriamo. Certo, avendo El Manzito come guida è più facile…cader per terra che concludere a rete.

Nel suo “A me piace il calcio…” Johannes Cruijff, il più grande nell’insieme calciatore-allenatore, spiega alcuni concetti base che, cambiando gli anni, rimangono sempre più veri: la dinamica psico-fisica della partita, per esempio. Sembra quasi che Inzaghi non abbia mai giocato, non abbia mai provato, come descritto dal divino olandese, quell’ansia che genera l’arsura della bocca e delle idee, il bruciar di polmoni e il legno nelle gambe dei primi dieci-quindici minuti di match.

Divento volgare: ma cosa kazzo speri di trovare in un giocatore, che ha dieci minuti avanti a sé, se non colpi di fortuna, peraltro non molto amica.

In questa girandola di nomi che alternativamente compaiono sul campo, perché mai gli undici più in forma o con la gamba a posto e sempre gli stessi a coprire i medesimi ruoli?

Gosens, che sappiamo essere attualmente marginale, ma che solo giocando potrebbe essere valore aggiunto, non può coesistere con Perisic?

Saremo condannati da qui alla fine, che imploriamo venga presto, a vedere ogni partita quello scempio di attacco; potremo mai vedere Nicolino Barella entrare dalla panchina al sessantesimo perché avrà preso una mezza settimana di riposo?

Ieri abbiamo visto la Fiorentina, guidata dal miglior tecnico emergente, Italiano, coprire il campo con maestria pur avendo Biraghi, Venuti, Duncan e Saponara che noi non sopporteremmo neppure nell’uovo di Pasqua.

La via è definitivamente smarrita: recuperare sette punti, questi servono, in otto giornate appare impresa ciclopica, soprattutto se il condottiero si ostina a rimanere uguale a sé stesso.

Tutti diciamo che il calcio sia imprevedibile: purtroppo è governato da leggi chiarissime, nascoste ai più. Per questo affascinante.