Essendo lo Shakhtar Donetsk una persistente tortura di questi ultimi due anni, ho voluto guardare, attraverso il prodigio di Google Maps, dove mai fosse questa Donetsk. Mi è apparso un puntino in un’area dove i cartografi dell’epoca romana avrebbero scritto “Hic sunt leones”; nella moderna cartografia digitale, per contro, compare “Aeroporto Internazionale di Donetsk, chiuso a tempo indeterminato”.

Questa frase mi ha generato un’inquietudine, trascinatasi sino alla partita; per questo motivo abbiamo giocato sulle sponde del Dnepr, ovvero a Kiev. Questa città mi ha sempre portato alla memoria l’inesorabile Oleg Blochin, punta del Colonnello Lobanovski, allenatore della Dinamo, baluardo calcistico dell’Est europeo prima che abbattessero il muro. In questi contesti ti figuri inverni esplosi anzitempo, geli insuperabili e sofferenze. Grandi sofferenze. Invece, acceso il video, un manto verde a forte composizione sintetica ha fornito terreno di gioco a due compagini bizzarre. Gli arancioni, squadra di casa, sembravano arrivati con un charter da Rio de Janeiro e i bianchi sembravano dei reduci dalla ritirata di Russia; i carioca ucraini hanno subito impostato l’incontro sul ritmo del futsal, specialità nella quale eccellono i giocolieri di Copacabana. I bianchi, erosi dalla paura e dall’emozione, si sono spesso adeguati, quasi a voler pagare il biglietto per assistere a questo calcio di tocchettini, triangoli, colpi di suola; football in punta di fioretto, per molti tratti evanescente ma, alla lunga, ipnotico come il rullare dei timbales al Carnevale di Rio. Ne è scaturito un match asettico, ove si sono contate due occasioni per gli arancioni e quattro per i bianchi che, pur essendo ansimanti spettatori di queste minime geometrie, forse avrebbero potuto rubare i tre punti ma, l’onestà di fondo dei reduci ha prevalso e nessuno ha avuto il coraggio morale di privare questi goduriosi uomini di colore del loro tenue divertimento.

Il coraggio è mancato totalmente a Gekko che – liberato con fortunata carambola laddove io, di pancia, avrei tradotto in gol anche oggi – ha sparato ben oltre la trasversale; è in parte mancato al Manzito in versione scivolosa, la peggiore della stagione. Sono stati animati da modesto coraggio Brokkovic, oggi più arcuato che mai nei nocivi percorsi palla al piede, un poco palpabile Charrua, vicino allo zero in avanti e sotto lo zero in interdizione, e il solito Turbinante Nicolino. Egli, quasi alla recita di un copione ormai familiare, ha estratto il coniglio della partita con una mezza botta “aggiro” che si è stampata sulla trasversale. Finito quello ha corso come Dorando Pietri e, come l’iconico maratoneta, è sistematicamente stramazzato nei pressi della soluzione finale. Gli esterni hanno esposto cifra tecnica sconsolante: Dimarco, spero ancora tramortito dal rigore sbagliato, ha subito le scorribande del bisillabo di turno, Dede, Tete, Dodo non so neppure io chi fosse ogni volta a travolgerlo. Dall’altra parte Dumfries ha certificato in me la sua portata podistica e tecnica; quando si lancia sembra un 747 in fase di decollo. Corre ma non si alza mai. Avrebbe bisogno di un campo lungo 150-180 metri per assumere velocità idonee; coi piedi è intrego al limite dell’ignoranza e quando centra il risultato non è prevedibile. Anche la difesa è parsa rivedibile; Basto, ingorgato da Dimarco, ha colpito a casaccio, De Vrij aveva sistemato capocciata risolutiva ma con velocità troppo bassa, facendo dimenticare alcune uscite alla Gatto Silvestro. Ha tenuto in piedi la baracca il Gigante dei Tatra Inferiori, salvando il gol dell’ignominia e preservando il portiere da ulteriori figure. Skri migliore in campo per distacco. I cambi in attacco ci hanno regalato qualche rimpallo, il Frullator Lussuoso a rimestare palloni lontano dalla porta e il giovin Tucu a spingardare da posizione ottimale per esaltare l’ottuagenario alla difesa dei pali arancioni. Modesto il tempo concesso agli altri che, ove possibile, hanno contribuito a generar confusione nella confusione.

A proposito, i bianchi sarebbero l’Internazionale che, di Europeo, purtroppo non possiede nulla; non c’è stata stazza mentale più che fisica, andando esse di pari passo. Il terrore di perdere era palpabile; l’allenatore, che al fischio d’inizio si alza sbuffando ansioso dalla panchina, non è biglietto da visita eccellente per questi palcoscenici. Buttiamola in ridere, ci sarà da battere due volte lo Sheriff che, da presunta squadra materasso, sta dominando il girone. Le stranezze di questo calcio che fa giocare il meticcio Marlos laddove Oleg Blochin fulminava i malcapitati dell’Ovest e vinceva il Pallone d’Oro.

Accontentiamoci dell’Inter; per quella esportazione dovranno venire altri tempi. Spero di ricredermi, ma siamo chiatta da Naviglio, impensabile andare nel Mediterraneo.