Confesso: speravo da tempo una serata come questa. Una serata di gloria e di beffa, tanto effimera, di fatto c’è ancora molto da vincere per incidere nella storia, quanto unta di goduria come una focaccia calda appena sfornata.

Avevo già visto l’andata – “vivo live”, come nei televisori degli anni sessanta – in mezzo a milanisti, livorosi e schiumanti rabbia, bramavo un ritorno di giustizia calcistica che li ricacciasse all’inferno.

Mi hanno accompagnato, nell’attesa, sorridenti presagi; ho fortuitamente incontrato l’archistar Francesco Lorenzelli, nostro compagno di avventure mailistiche, col quale abbiamo spesso, in passato e con acclarata fortuna, esercitato riti propiziatori per queste sfide. Abbiamo sorriso entrambi al caso fausto, ma non ci siamo detti nulla. Durante una commissione pomeridiana mi sono imbattuto in un tram che veste la nuova livrea rossonera, quella che molti hanno definito “con cagata di piccione sulle spalle” e che, date le dimensioni, potrebbe essere solo di uno struzzo preistorico o di un albatross dei “Quaranta ruggenti”. Ultimo, ma non meno importante, ho incontrato un ignoto compagno di fede che, con maglia del Triplete, viaggiava in bicicletta, senza mani, tra il pavé e la rotaia: perfetto equilibrio tra trionfo e caduta, tipicamente interista. Ma la maglia era di stagione particolare.

Con questo carico scaramantico-liturgico mi sono avviato al Meazza con Gege, Dino e Brancy, con una processione di raccolta degna delle migliori “Via Crucis”, proprio per non lasciare nulla alla sorte.

La partita mi ha subito regalato la più vera tra le anomalie: la stoccata vincente del Toro Lautaro.

Quando inizia il match con il “do” di petto, il Nostro offre rendimento di qualità superba, ovvero quella per cui lo si paga milioni di euri. La voleé, chiamata a un sempre puntuale e preciso Baby Face, ha la bellezza dell’istinto e la potenza della cornata che lascia il torero esanime. Un fatto che ha indirizzato la partita su un copione desiderabile che, peraltro, non esalta le nostre qualità peculiari, non avendo noi velocità contropiedistica.

Ma del Toro ho amato, oltre l’impegno in ripiegamento, la sublime dettatura che ha imposto all’evanescente Tucu in occasione della seconda rete; l’indio triste ha servito pallone con freni e manubrio, unico lampo di una sera rattrappita, ma El Toro ha imposto tocco sottile e divino a scavalcare il “portentoso” estremo rossonero.

In mezzo si è visto un calcio in controllo, senza sfarzi ma solido; abbiamo regalato qualche occasione per incomprensibili disattenzioni ma, nel complesso, la cerniera tra Durlindana Brozo, Turbinante Nicolino e scorribanda Chala, ha funzionato a meraviglia. Di Baby Face abbiamo detto, mentre non diremo mai abbastanza su Stanlio Perisic, calciatore totale non solo nei fatti, suo il meraviglioso salvataggio su minkiata difensiva, ma anche nello spirito vincente. Il trio di difesa, con qualche amnesia, ha fatto molto, particolarmente quando siamo scaduti di ritmo, e Handa è parso tonico al punto giusto. In quel preciso momento, ovvero quando la partita avrebbe potuto beffardamente rovesciarsi, il debito con la sorte è stato saldato, complice un colored rossonero che vagava nella nostra area piccola come un turista. I “mettimale” professionisti delle varie emittenti sono andati un solluchero potendo dibattere all’infinito sulla liceità o meno di annullare il gol dei diavoletti; tuttavia, santa VAR, ancora una volta, ha dato risposte inequivocabili che, se ascoltate, non possono che portare all’annullamento, per me sacrosanto. Due i fatti: il girovago milanista passa davanti ad Handa nel momento in cui Benaccer scocca il tiro e, ancor più evidente, Handa, nella dirimente ripresa dal basso, sposta figura e sguardo per cercare di capire da dove arrivi la sfera, quando transita il maldestro diavoletto. Ma in un paese dalle doppie verità, questi fatti vengono interpretato come ha fatto il buonista Pioli che, essendo “on fire” (che meraviglia il coro finale della nostra curva sulle note di “Freed from Desire”, inno milanista a rovescio), ha addirittura abbandonato l’intervista.

Avesse perso uno a zero si sarebbe potuto capire, ma con tre pere in saccoccia risulta più complesso arrampicarsi sull’unico vero episodio di pericolo vissuto in novanta minuti.

L’avvicendamento dei titolari, nonostante l’ingresso del Mohicano biondo, è stato efficace; il cileno ha addirittura, forse guidato dalla sorte propizia di questa notte, trovato geniale imbucata per attizzare uno strabordante Durlindana che, come si addice alle figure di calibro, ha centrato una palla semplice e geniale sulla quale si è avventato con furore teutonico il rinato Gosens.

Tre a zero e alla “maison” direbbero i più feroci; io mi limito a cullare questa “soddisfa” per quel che durerà, in questi tempi di calcio onnivori dove non fai in tempo a godere che l’esattore della sofferenza ti chiama al dovere. Come tutte le partite che si avviano con un fatto propizio, questa è stata vagamente bugiarda; ha rivelato, se mai ce ne fosse bisogno, una latente isteria gestionale. Mostriamo apparente controllo mentre, nelle movenze, tradiamo inspiegabili incertezze; perdiamo equilibrio tra le linee con l’andar del tempo e, ripartendo da troppo lontano, essendo sprovvisti di gamba rapida, abbiamo difficoltà nel respingere ondate che sembrano più minacciose di quanto la qualità intrinseca degli opponenti sia capace di offrire.

In ogni caso, come già detto, noi siamo lì e, in silenzio, non confessiamo l’inconfessabile sino al prossimo maggio.