MILAN INTER

Era dal 2011 che il Derby non valeva un lembo di scudo; in quella sera decise Pato dopo 45 secondi, sbagliò rovinosamente Eto’o e il tre a zero finale promosse il calcio pagano di Allegri, bocciando il fare pallone pirotecnico dell’improvvisato Leonardo. Quest’ultimo, da persona intelligente, capì in quella notte che la scrivania fosse meglio della panca.

In fondo, per ragioni sociali, che con il tempo si sono sfarinate, il Derby è sempre stato, soprattutto, una sfida ideologica: dal lussuoso minimalismo herreriano contro il ringhioso pragmatismo di Rocco si è passati allo sfarzoso calcio totale di Sacchi-Capello contro il pratico pane e salame di sua Maestà il Trap. Tanto per citare esempi insigni. Mourinho si impadronì di Milan decadenti e, come tali, senza identità, se non per retaggio.

Quest’anno l’ideologia, forse per la valenza di classifica, ha ripreso piede: il calcio “radical-chic” di Pioli, fraseggio per piccoli indiani attorno al Totem svedese, a fronte del football “snob” di Donnandonio, rude nella sua essenzialità votata solo al gol. Non si fraintendano i termini: “snob” sembra nasca dalla crasi di “sine nobilitate”, etichetta spregiativa che veniva collocata, nei college inglesi, a fianco di studenti privi di nobili lombi, tutt’altra faccenda rispetto a quella che oggi, erroneamente, noi usiamo per bollare chi non si voglia mischiare.

Donnadonio è quindi “snob” perché non cerca lo spettacolo, fors’anche rifugge il cosiddetto “bel giuoco” per paura di non esserne narcisistica vittima. Pioli, per contro, ha trasmesso, attraverso il capo tribù anziano, una dose di sfrontatezza al manipolo di giovani rossoneri che, complice la sorpresa e la sorte, ha affascinato benpensanti di questo calcio “covidico”.

Queste le premesse e, per conseguenza, queste le ansie che hanno preceduto la partita avrebbe potuto valere la stagione. Ultimo, ma non meno importante, il ricorso storico. Esattamente cinquanta anni fa, 1971, l’Inter si avviò stancamente con HH2, lo sostituì con Robiolina Invernizzi e, sotto di un bel gruzzolo di punti, ingranò marcia imperiale. Il Derby di ritorno si giocò di questa stagione e fu risolto da un colpo di biliardo di Mandrake Corso, che lasciò di sale Cudicini, e da Sandro Mazzola, trascinatore dell’ultima Inter. Il sorpasso si concretizzo alla 23° giornata…. poi… tutti sappiamo, ma dobbiamo osservare scaramantico silenzio!

Quell’Inter avrebbe avuto anche il prode Mauro Bellugi, che, speranzosi, avevamo salutato in tempi recenti; non ce l’ha fatta purtroppo ma, senza essere retorici, un’occhiata da lassù l’avrà certamente data.

Sebbene il risultato porti alla goduria più lussuriosa, non siamo rimasti immuni da inspiegabili sofferenze, per la maggior parte generate da nostre balbuzie dettate dal nervosismo, piuttosto che dalla tecnica.

A voler essere inflessibili censori ognuno dei nostri ha messo in carniere qualche sbadataggine di troppo; è dura dirlo ma, nei fatti, affrontavamo la seconda in classifica e la tensione per la posta non poteva essere indifferente.

La gara ha confermato, una volta di più, quanto vado sostenendo da tempo: El Toro, oggi in versione Murcielago Super, quando si sblocca mentalmente nei primi accordi di match, assume le fattezze del miglior Aguero, interpretando in modo moderno e maiuscolo il ruolo che gli compete. Oggi è stato il vero “hombre del partido”, insaccando quanto richiesto, raccordando centrocampo e attacco con una qualità che, se ripetuta, potrebbe farci guardare veramente lontano. Il suo rendimento ha spinto la Fiera di Anversa alla sgroppata risolutiva ove, imponendo la legge del più forte, ha posto il sigillo che certifica quanto sia ineguagliabile la “Lu-La Land”.

Big Rom ha ancora qualche incrostazione ma, non ne avesse, saremmo a salutare uno dei più memorabili centravanti della storia nerazzurra e non solo. Cuntentemes.

La nuova linea di centrocampo ha sancito una volta di più l’adeguatezza dell’assortimento, con Super Marcy a mulinar la durlindana, Turbinante Nicolino a sovvertire il fronte e con l’Etoile di Odense a impreziosire i nuovi avvii.

Ha fatto solido volume Perisic ed è stato ancora una volta decisivo, pur in una prestazione in chiaro-scuro, Beep-Beep. La chiave di volta, che questo assetto ha prodotto, si è estrinsecata nell’azione del secondo gol ove la prestanza fisica straripante del marocchino ha consentito la superiorità numerica e la transizione sinistrorsa condotta verso Eriksen ha permesso a quest’ultimo un tocco in profondità lieve, ma con il contagiri, che ha dettato a Stanlio Perisic di centrare con precisione per l’incornata pedestre dell’acconciato stoccatore di Bahia Blanca.

Lì la partita ha definitivamente preso la piega desiderata a fronte di un finale di primo tempo ansimante e un inizio ripresa rantolante. Rintanati dentro la nostra area abbiamo rischiato oltre i reali meriti del Milan e il trio Ba-De-Skri ha dardeggiato il possibile senza grosse sbavature mentre Batman Handa, reattivo e fiducioso, ha posto il sigillo dovuto ai sette e trentadue per due e quarantaquattro addobbati di neroblu.

I cambi, come spesso accade nella filosofia di Donnadonio, non hanno inciso; se vogliamo hanno fatto capire quanti vantaggi abbiamo concesso facendo giocare il mohicano e il frullator lussuoso, ma questi, in giornate come quella odierna, sono dimenticabili dettagli.

L’avversario più diretto è, nei fatti, a cinque punti; pochi ci avrebbero scommesso nell’autunno i(n)sterico. Che la primavera ci sia di conforto, di più non oso dire.

Oggi, più che mai, abbracciamoci con gioia, bauscioni del mio cuor!