Il 14 luglio del 2019, il più fascinoso tennista di ogni tempo, Roger Federer, combatte contro un pezzo della sua leggenda. Di fronte ha il muro serbo di Nole Djokovic; il sole è già così basso che il centrale di Wimbledon vive di luce riflessa. Il quinto set è incanalato verso una lotta tra pugili sfiniti ma dal cilindro di King Roger emergono sei colpi che possono essere definitivi: break per il provvisorio 8-7, servizio a disposizione, 40-15. Due match ball. Federer può servire da destra e dirigere lo scambio con una prima, non potentissima ma lavorata, che si traduca in uno slice esterno. La pallina, toccando l’erba, potrebbe girare verso le tribune obbligando il serbo ad agire quasi fuori dal campo con un angolo di tiro facilmente dominabile da una divina volee di rovescio a incrociare. Gioco, partita, incontro: Federer 21, Djokovic 16 e nomina imperitura per lo svizzero a GOAT (Greatest of All Times).

Eppure, anche nel cervello del più grande – così rimarrà per me, essendo questa classifica assolutamente personale – le nubi si sono addensate e il destino è stato quello che è stato.

Ma lì parlavamo di epica dello sport; mutando gli ingredienti, nel calcio spezzatino di questi tempi, Federico Dimarco, enfant du pays, iniettato di nerazzurro sin dalla nascita calcistica, si trova a combattere una piccola sfida sul calare di Inter – Atalanta, irrompe nella contesa provocando il gol del pareggio, si inserisce con efficacia in alcune trame offensive e, quando si può assestare il colpo definitivo al più fastidioso degli avversari, si posiziona sul dischetto per trasformare quella che i cantori di questo sport hanno sempre chiamato la massima punizione. La metafora è quindi servita: le indecisioni sul lato, i ripensamenti di quei lunghi minuti, lo portano a colpire, corpo all’indietro, nel peggiore dei modi. La sorte gli regala la beffa della traversa alta; fine della storia.

Il fondo di questa partita è l’emblema della partita stessa; c’è il match-ball, si sbaglia, si entra in stato confusionale e solo santa VAR salva i nostri da una sconfitta che, rileggendo l’incontro, sarebbe stata egualmente giusta e ingiusta. Troppe le ambivalenze viste nel corso della gara, con un andamento altalenante che profuma più di umore che di tecnica, sebbene la tecnica getti più di un’ombra sul serpente nerazzurro.

Mezz’ora di buon calcio, giustamente di rimessa, per il vantaggio rapidamente acquisito, un quarto d’ora di baraonda; un rientro balbettante che ci ha fatto rischiare l’ecatombe, una reazione vigorosa ma poco coordinata e i minuti finali giustamente paradossali.

Guardiola definì l’Atalanta simile al dentista; chi meglio di me assume le angosce dei pazienti, nulla di più vero, nei fatti. Il nostro modulo consente di mandare a nozze gli orobici, il riferimento anteriore mette sotto pressione De Vrij e i due miruloni, Skri e Basto, vagano senza meta a rincorrere avversari e pallone. Non sufficientemente sicuri nella proposizione offensiva, i medesimi vengono sopraffatti dal pressing vigoroso degli atalantini e non vengono sostenuti dagli esterni che, timorosi degli omologhi bergamaschi, sono parchi nel fornire appoggi e giocate. Gli interni, a questo punto, sono schermati da una linea di quattro che li obbliga sistematicamente all’inferiorità numerica e gli scarichi verso le punte non sono più garantiti come ai tempi di Lukakone. Nella sostanza, se Gekko ed El Toro non promuovono un possesso solido e prolungato, la palla torna indietro alla velocità della luce con i nostri in perenne affanno.

Siccome questo assalto alla diligenza, compiuto dagli atalantini, non può fisiologicamente durare per novanta minuti, bisogna arginare la sfuriata con dedizione e pazienza, facendo correre il cronometro, particolarmente quando si è in vantaggio subitaneo.

Agire in tal modo è affare complicato, serve tecnica e personalità; non sono ammesse amnesie né tantomeno indolenze, materie, per contro, molto rappresentate nella nostra compagine.

Correndo quindi l’incontro su una sorta di lama del rasoio, gli episodi – che, abbiamo toccato con mano, determinano anche l’umore degli uomini di Inzaghi – risultano rilevanti.

Se posso accettare il diagonale del primo gol bergamasco, ove peraltro Skri inanella il primo dei numerosi errori difensivi odierni, non posso sopportare la parata sul secondo gol; all’Oratorio San Giuseppe, via Redi 7, si insegnava ai bambini delle elementari che, quando si respinge un tiro, la palla va indirizzata esternamente. La goffa risposta di Handa fa il paio con i perenni immobilismi cui ci ha abituato e sui quali torno solo per dire che, nelle partite animate dagli episodi, questi incidono, per noi almeno, doppiamente: agitano i difensori e forniscono chine da scalare sempre più caustiche. Gli interventi fatti nel corso dell’incontro sono normale amministrazione, atti dovuti: la rete, provvidenzialmente annullata, un altro tassello di una prova drammaticamente inquietante. De Vrij si è battuto non assecondato, come detto, da Skri e da un interdetto Basto, tenero e abulico.

Gli esterni hanno dato troppo poco in fase offensiva e sono stati modesti in difesa; opachi Darmian e Perisic, il Panterone Dumfries ha smosso le acque, ma senza reale costrutto. La mossa Dimarco, come detto, avrebbe generato la rivoluzione e sarebbe stata accolta dall’ovazione, se il ragazzo avesse colto l’attimo; purtroppo la Scala del calcio è per lui affare diverso dal Bentegodi, comprendiamolo.

El Chala, messo distante dalla porta, produce poco; in difesa ha qualche recupero a effetto ma, in genere, essendo spesso fuori luogo, rende boccheggianti i compagni di reparto. La gamba di Vecino, sebbene in tempo di gioco favorevole ai più freschi, ha fatto capire che un sostegno diverso sia estremamente necessario.

Di Super Marcy ho solo annotato volume e una vena di confusione mentre il Turbinante Nicolino mi è veramente piaciuto, essenziale in entrambe le occasioni dei gol, non esondante come d’abitudine ma egualmente dinamico. Forse la giusta strada per fare di lui il centrocampista totale di cui avremmo necessità infinita.

I punteros hanno marcato e questo dovrebbe bastare; entrambi si trasportano equivoci, Gekko più del Toro. Sul Frullator Lussuoso non c’è stato il tempo di esprimersi ma c’è stato quello per maledirlo, avendo perso pallone vitale nei pressi della fine dell’incontro.

Last but not least, come dicono I transfughi europei, l’uomo dalla riga in mezzo: le fasi da registrare sono diverse. Le distanze tra i reparti e le cooperazioni all’interno degli stessi i veri fulcri su cui imbastire l’opera di costruzione di una squadra che, oggi, riserva intatte le potenzialità nella contesa nazionale.

Vincevamo a San Siro da diciotto partite, il pareggio o la sconfitta erano presenti nei grandi numeri; è andata così, ne abbiamo prese, ma ne abbiamo date. L’equità del risultato ci darà subito una risposta; Milan – Atalanta sarà una parziale cartina di tornasole di questo incontro. Come amava dire Andreotti: “Non sono di statura alta ma intorno a me non vedo giganti…”